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Q.U.B.E. 2 – Recensione

Un’enorme struttura aliena composta prevalentemente da cubi, una tuta tecnologica capace di manipolare determinati tipi di cubi, strane ed inquietanti statue di uomini che sorreggono enormi cubi, e cos’altro… ah sì, cubi. Sto ovviamente parlando di Q.U.B.E. 2, sviluppato dallo studio Toxic Games. Il puzzle game è il sequel di Q.U.B.E, un gioco che fece molto parlare di sé all’uscita, datata circa a 6 anni fa, per la sua notevole somiglianza a quel capolavoro di Portal in ambito di meccaniche e di trama. Ma a Portal i portali ed a Q.U.B.E. i cubi, quindi vediamo un po’ cos’ha da offrirci il tanto atteso Q.U.B.E. 2, provato per voi su console PS4.

Q.U.B.E. 2
Un albero in una struttura aliena?

Cubes, cubes everywhere

Dopo essersi risvegliata in seguito ad una perdita dei sensi dovuta all’impatto contro una violenta tempesta di sabbia, l’archeologa Amelia Cross si ritrova in quella che sembra essere una strana struttura aliena, senza alcuna idea di come possa esserci arrivata, per di più indossando una particolare tuta dotata di guanti tramite i quali Amelia riesce ad interagire con degli specifici pannelli della struttura stessa. Poco dopo aver fatto i primi passi, Amelia viene immediatamente contattata via radio dal Comandante Emma Sutcliffe, la quale svelerà ad Amelia che la struttura in questione altro non è che una nave aliena il cui scopo iniziale era quello di distruggere la Terra, ma grazie ad una precedente spedizione comandata dalla suddetta Emma, si riuscì a fermare l’avanzata della nave, una vittoria che costò purtroppo la vita al team di spedizione. Amelia dovrà perciò affidarsi alle parole della Comandante per raggiungere un punto di salvataggio, dove ad attenderla vi sarà un altro sopravvissuto come lei, superando intricati labirinti grazie alla sua tuta speciale, capace di sfruttare i cubi messi a disposizione all’interno della nave aliena, ma Amelia si renderà presto conto che nulla è come può realmente sembrare.

La struttura che andremo a visitare durante la nostra esperienza di gioco si presenta come un grande sistema formato da stanze connesse tra loro. Un luogo in rovina capace di creare, stanza dopo stanza, un contrasto molto efficace di ambienti cupi ed opprimenti, talvolta illuminati solo da un paio di luci artificiali rossastre o da enormi pannelli di luce bianca che rendono il tutto una zona fredda e priva di vita, misti a stanze molto più ampie e irradiate dalla luce proveniente dall’esterno, grazie a degli squarci o dalle finestre nelle pareti, in grado di regalarci attimi di sollievo, come se tutto ciò accaduto finora sia stato soltanto un brutto sogno. Una trama narrata esclusivamente sotto forma di dialoghi e interazioni con gli oggetti dell’ambiente circostante, insieme al modo evocativo che l’opera offre al giocatore tramite l’esplorazione dei livelli, rendono ancora più significativamente immersiva l’esperienza di gioco di Q.U.B.E. 2.

Q.U.B.E. 2
Un puzzle presente in una stanza

Un Q.U.B.E. un po’ smussato

Parliamo delle meccaniche di gioco. Il nostro compito da giocatore sarà quello di avanzare da una stanza all’altra, limitati dalla classica “struttura a tunnel” (ovvero il modo con cui accederemo alle stanze sarà sequenziale), per risolvere i puzzle contenuti nei vari livelli che, una volta completati, ci permetteranno di accedere al luogo successivo. Per risolvere i labirintici enigmi, ci faremo strada interagendo e manipolando diversi tipi di cubi e pannelli a disposizione, inizialmente presenti in strategici pannelli della struttura, ma poco dopo l’inizio del gioco, avremo incanalata nella nostra tuta tecnologica la capacità di inserire nei suddetti pannelli bianchi i tre tipi principali di cubi: i cubi arancioni potranno allungarsi o ritirarsi, i cubi blu fungeranno da trampolini, mentre i cubi verdi potranno essere usati come blocchi in sé per sé.

Man mano che avanzeremo nel gioco, avremo a che fare non solo con i cubi, ma anche con piattaforme a scorrimento e a rotazione, pulsanti, calamite, sfere e quant’altro, in tal modo, il gioco non soffre di ripetitività in ambito puzzle, puzzle che offrono il giusto grado di sfida, ma che se non interpretati a dovere, sapranno come mettere a dura prova la santa pazienza del giocatore. Purtroppo, alcuni difetti e scomodità non possono passare in secondo piano: un leggero ma fastidioso ritardo nei comandi e alcuni cali di frame rate rendono meno scorrevole l’andazzo generale del gioco, ma per fortuna, alcune sezioni di gioco si sono rivelate essere piuttosto dinamiche e piacevolmente fluide. Non troppo fluida è invece la scarsa velocità di movimento del personaggio, ne tanto meno il fatto di dover selezionare i tre modelli di cubo da inserire nei pannelli tramite i tasti dorsali, che rendono la scelta meno intuitiva e poco rapida, mentre un’assegnazione ai tasti direzionali per la scelta dei tre tipi avrebbe fatto sicuramente centro. Per quanto riguarda la parte grafica dell’opera, non c’è nulla da ridire se non per una qualità non al passo coi tempi delle texture dei modelli.

8/10

Commento finale

A parte qualche lieve ma passabile difetto presente nel gameplay, Q.U.B.E. 2 si è dimostrato essere un valido ed interessante puzzle game accessibile sia ai neofiti del genere sia a chi i puzzle se li pappa a colazione, senza affatto tralasciare la bellezza dell’intrigante storia e l’atmosfera che si respira mentre si esploreranno queste antiche rovine aliene. Ovviamente vi invito anche a dare una chance al valido prequel Q.U.B.E. Speriamo solo che, oltre al venir paragonato alla serie di Portal in quanto a meccaniche e a trama, non sarà fatto lo stesso per un probabile ed ipotetico Q.U.B.E. 3.

Sull'autore

Riccardo Fedeli

Riccardo Fedeli

Cresciuto sin da piccolo tra un videogioco e un Topolino, con l'avanzare del tempo mi approcciai sempre più superficialmente a questi due mondi, definendoli dei semplici hobby. In questi ultimi anni, ho deciso di dedicarmi con passione e costanza al mondo del fumetto, dei videogiochi e dell'animazione, dilettandomi nell'analizzare e nel recensire opere di vario genere, senza dimenticare di lasciarmi trasportare ed emozionare da ciò che un'opera ha da offrirmi, mantenendo sempre quel tocco di razionalità.