Il Caffè Videoludico con Marco Pellitteri

Abbiamo avuto il grande piacere di fare due chiacchiere con uno dei due autori di Conoscere i Videogiochi. Introduzione alla storia e alle teorie del videoludico (Latina, Tunué, 2014), il testo che trovate in questa recensione. Mettetevi comodi quindi e leggete la nostra intervista, che fa parte del nostro caffè letterario digitale.

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Domanda: Conoscere i videogiochi è un libro corposo e ben studiato. Quanto tempo ci avete messo per scriverlo? È stata una fatica immane, immagino.

Risposta: Circa un anno e mezzo fa ho proposto a Mauro di fare questo libro a quattro mani. Gli ho chiesto di scrivere la parte sull’industria del videogioco e del suo mercato. Io avevo già del materiale pronto che dovevo rielaborare e alla fine abbiamo fatto in questo modo: abbiamo unito il nostro materiale riscrivendo molte cose daccapo, perché c’erano tante cose da aggiornare. Per cui il lavoro vero e proprio è durato circa un anno, ma il lavoro di assemblaggio e stesura sei mesi, in particolare da aprile a settembre 2014.

D: Quanti libri avete letto durante la stesura?

R: Forse sarebbe più corretto dire: durante la lavorazione dei saggi che compongono il libro. Sono dozzine. I libri che abbiamo letto non sono stati letti durante la stesura del libro, ma prima. Fanno parte del nostro bagaglio di esperienza. Tra l’altro sono un sociologo dei media, non sono uno studioso dei videogame e difatti la parte che curo è quella sulla conoscenza pubblica dei videogiochi. Quindi io ho parlato della ricerca accademica, della divulgazione e dell’opinione pubblica sui videogiochi. Mentre Mauro è uno studioso di videogiochi ed è infatti la sua parte che si dedica alla storia dei videogiochi. Quindi non saprei quantificare con esattezza il numero dei libri.

D: Il videogioco è un medium di massa piuttosto giovane se paragonato agli altri, ma lei e il suo collega Mauro Salvador avete cercato comunque di raccontarlo anche dal punto di vista economico e sociale. La domanda nasce spontanea quindi: voi siete videogiocatori? Se sì, come siete venuti in contatto con questo mondo?

R: Mauro è un forte videogiocatore e penso che giochi regolarmente, mentre io gioco raramente e preferisco il vintage. Per esempio preferisco i videogiochi in solitaria ai videogiochi di gruppo online, ma mi piacciono molto le simulazioni in generale. Se dovessimo quantificare, Mauro è un giocatore al 100% e io al 30%. L’ingresso nel settore degli studi sul videogioco è stato progressivo ma direi naturale. Io fin da bambino avevo il Commodore 64 e andando nelle sale giochi e per me è stato come scoprire gli anime. Un medium assolutamente incisivo per l’immaginario di un bambino. Mauro invece, essendo più giovane, è cresciuto per lo più con le console. I pochi anni di differenza fra di noi (io del 1974, lui del 1981) fanno tanto e quindi lui ha vissuto con il Gameboy e con tutte le macchine domestiche come la PlayStation, l’Xbox ecc.

D: Molti giornalisti della stampa generalista bollano il videogioco come un mezzo che porta i giovani alla violenza, ossia, diseducativi. Lei come la pensa a tal proposito? Il videogioco può arrecare realmente un danno al ragazzo o è capace anche di insegnare qualcosa?

R: Nel libro io e Mauro abbiamo selezionato molte ricerche che vanno nell’una e nell’altra direzione. Abbiamo cercato di mostrare che i videogiochi non sono dannosi, ma abbiamo assunto una posizione per lo più neutrale, facendo parlare le ricerche che sono state realizzate sull’argomento. Di per sé il libro racconta, attraverso la spiegazione sintetica di tante teorie e ricerche, come di fatto i videogiochi non producano effetti negativi, anzi, molto spesso possano avere influenze positive sui videogiocatori. A livello cognitivo, emotivo, di coordinazione visuo-motoria. Quindi il pensiero mio e di Mauro, come autori, in questo contesto può anche essere considerato ininfluente, perché noi nel libro facciamo parlare le ricerche. Quelle più solide mostrano che non ci sono effetti negativi.

D: Se ha dei figli, li fa giocare e se sì, con quali giochi?

R: No, non ho figli, ma se ne avessi li farei giocare con un pochino di moderazione. Non perché si tratta di videogiochi, ma perché in un mondo in cui i bambini si nutrono quotidianamente di un menù fortemente multimediale bisogna sapersi dedicare a un po’ di tutto. Per cui bisogna avere una grande capacità di attenzione, quindi saper leggere testi anche lunghi e impegnativi per allenarsi a capire e riflettere in solitaria; bisogna allenarsi nel mondo della «cultura lineare» dei testi, dei romanzi, delle storie stampate, come anche in quello della «cultura ipertestuale» del videogioco. E naturalmente anche giocare fuori con gli altri. Quindi sarei il primo a prendere mio figlio a calci nel sedere per dirgli «va’ a giocare all’aperto». Ovviamente il videogioco è un passatempo e non deve essere un premio: il ragazzo non deve essere punito togliendogli i videogiochi, perché cosi essi acquisiranno ancora un maggior valore. Il videogame a mio avviso dovrebbe essere un passatempo come gli altri e se il ragazzino ha la passione per il videogioco allora che ci giochi. Non si può impedire una dinamica del genere e non si dovrebbe impedire.

D: Il videogioco ha sicuramente cambiato le carte in tavola per quanto concerne la narrazione. Al giorno d’oggi, secondo lei, quanto gli altri media prendono dal videogioco? Intendo dal punto di vista stilistico e narrativo.

R: Vari media. Molta della nuova animazione per ragazzi ha preso molto dai videogiochi perché gli stessi creatori sono dei videogiocatori. È una questione proprio generazionale. Moltissimi film negli ultimi anni mostrano delle caratteristiche linguistiche del videogioco secondo i vari criteri: ci sono le citazioni, i commenti, le critiche. Alcuni fumetti dialogano tantissimo con i videogiochi e non mi riferisco solo al fatto che magari i personaggi dei videogiochi vengono trasposti a fumetti o viceversa. C’è un capitolo del libro, che è l’unico che trasgredisce alla regola secondo la quale il libro è una rassegna di teorie già esistenti: è un capitolo nel quale io ho proposto una teoria dei rapporti linguistici tra il videogioco e il fumetto, perché non esisteva una teoria di questo tipo nella letteratura internazionale (o almeno io non l’ho trovata). Ovviamente il videogioco come dispositivo linguistico si intreccia tantissimo con molti altri supporti mediatici di comunicazione, in particolare il telefonino e il tablet. Oggi ci sono moltissimi casual game su supporti che prima erano impensabili; e come può notare il videogioco dialoga tantissimo con tutti i tipi di media (intesi sia come linguaggii di comunicazione sia come tecnologie mediatiche).

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