Prison School

Prison School #20 a 22 – Recensione

Continua il delirio nello scontro finale per decidere il destino dei prigionieri del Consiglio Studentesco dell’Hachimitsu. Prison School ritorna con tre volumi dal focus piuttosto diretto, seppur molto debole.

La sfida è entrata nel cuore dell’azione, dove finalmente vedremo di che pasta sono fatti Mari e Kyoshi quando più che un piano c’è bisogno di coraggio e intraprendenza. In tutto questo, il personaggio della vice-presidentessa Meiko ha finalmente ritrovato (anche se a singhiozzo) il suo vecchio e antico splendore, tornando a momenti nella sua vecchia forma da ragazza sadica e dominatrice. L’impossibilità di rimanere in questa forma è sicuramente una debolezza della squadra dei protagonisti, che tuttavia non si perde d’animo e inizia a sperimentare metodi sempre più folli per riuscire a vincere la competizione.

“Cambiare” non sempre è sinonimo di miglioramento

Non c’è che dire, il manga di Prison School è cambiato sensibilmente dal suo inizio. Quando una storia si evolve è in generale piacevole, perché arrivata verso la sua conclusione inizia a maturare e a far brillare ancor di più i suoi lati positivi. Questo non vale per Prison School, che pur avendo avuto un inizio brillante, si è lasciato corrompere da un ritmo narrativo altalenante che forniva profondità e delirio a un semplice divertimento scarno e fine a se stesso.
Seppur cerchi di evolvere al meglio le relazioni fra i personaggi, continua a farlo più superficiale possibile, togliendo al contesto narrativo la poca serietà che lo aveva reso comunque un’opera più che interessante.

Questi tre volumi non sono la riprova di questa mia tesi, ovviamente, dato che sono incentrati per lo più sull’azione e mantengono quella flessibilità sul contenuto erotico portandola all’estremo. Tuttavia, finisce qui, non offre di più, nonostante cerchi di inserire spiragli introspettivi nelle sue pagine. E’ come se l’autore avesse rinunciato a costruire qualcosa di solido e coerente, preferendo invece abbandonarsi al fanservice che, seppur piacevole, non ha per ovvi motivi la stessa intensità di una buona sceneggiatura.

Un ritmo perduto

Altro punto negativo, è la nuova gestione delle tavole, che seppur resti comunque a un livello più che decente, è decisamente indebolita rispetto a ciò che offriva a inizio serie. Non vi è più quella continuità registica che legava una vignetta all’altra in modo talmente fluido da non solo non appesantire, ma addirittura da renderlo un prodotto talmente leggero da non accorgersi della conclusione del volume. Quel ritmo dettato dal talento dell’autore non è più così incisivo, perdendosi forse in una mancanza di creatività o, ancor peggio, un’impossibilità di replicare gli sforzi precedenti a causa di scarsa voglia o scarso tempo.

In ogni caso, i disegni rimangono sicuramente l’impronta principale della serie. Graffianti, belli da vedere anche nei momenti più grotteschi  e con un grandissimo utilizzo del chiaro-scuro. La tecnica è rimasta, la perseveranza un po’ meno. Bellissime anche le copertine, sensuali al punto giusto e decisamente ben disegnate. Ormai è palese che il finale della serie (ormai vicinissimo) non riuscirà a rispettare le nostre aspettative, risultando debole, fiacco e probabilmente anche indesiderato (viste anche le prime indiscrezioni dei volumi giapponesi).
Ma d’altronde, l’importante è il viaggio, non la destinazione.

Sull'autore

Gabriele Gemignani

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