Wolfenstein: Youngblood – Recensione – Nel caso vi sia venuta voglia di ammazzare qualche nazista

Wolfenstein: Youngblood

Non ho paura di affermare che Wolfenstein 2: The New Colossus, è il miglior sparatutto in prima persona mai uscito. Non c’è Doom, Half-Life o Prey che tenga, lo scettro di sovrano degli FPS lo consegno ad occhi chiusi al nostro Terror Billy Blazkowicz. Va da sé che per questo spin off ho le più rosee aspettative, e non credo di essere l’unico. Vediamo allora cosa ci riserva Wolfenstein: Youngblood.

Un nuovo pre-sequel?

Wolfenstein: Youngblood ha luogo una ventina di anni dopo il secondo episodio. Il fatto davvero peculiare è che è ambientato anche dopo Wolfenstein 3, visto che viene chiarito quasi subito che Hitler è morto per mano di Terror Billy, e che gli USA sono già stati liberati dal giogo nazista, avvenimenti che non abbiamo visto in The New Colossus, [SPOILER SU WOLFENSTEIN 2] anche se lì ci veniva offerto un finale alternativo in cui Billy si sacrifica pur di uccidere un rincoglionitissimo Fuhrer con un semplice calcio in bocca. Soddisfacente, ma non abbastanza. Anche per questo aspetto Wolf 3.

Sospensione dell’incredulità

Jess e Soph sono le due gemelle protagoniste di Wolfenstein: Youngblood. Cresciute ed educate con l’obiettivo di sterminare nazisti (sic) dai coniugi Blazkowicz, queste furie hanno un atteggiamento molto leggero e superficiale rispetto all’omicidio, e per tutto il gioco, forti delle tute aliene che le proteggono, scherzano e fanno battute su quanto sono brave e quanto adorano massacrare nazisti. Come dar loro torto?

La trama è così volutamente esagerata ed improbabile che sembra scritta da Matt Groening. Abbiamo una coppia di gemelle cresciute come lupe che con l’aiuto di una loro amica figlia di un pezzo grosso del governo americano, rubano di nascosto un velivolo intercontinentale per andare a cercare il padre disperso in Europa, rintracciano in un battter d’occhio la segretissima resistenza francese, e trovano il padre liberando nel frattempo Parigi dall’occupazione nazista, grazie anche a delle tute aliene che tutte le ragazzine americane hanno nel loro guardaroba. La giustificazione a questa trama Shakespeariana è che, anche se in un mondo alternativo pieno di tecnologia aliena avanzata, siamo comunque negli anni ’80, e queste cose allora erano piuttosto normali. Bei tempi.

Due bei caratterini…

Le ragazze sono divertenti come solo delle ventenni psicopatiche possono esserlo. Hanno un carattere relativamente plausibile, tenendo conto della trama in cui sono coinvolte, sanno di essere delle macchine per uccidere e lo accettano con gioia, con somma soddisfazione di Blazko padre. Vederle e sentirle cazzeggiare prima, dopo e durante le loro scorribande non annoia e non scoccia, anche perché Wolfenstein: Youngblood non è un titolo esattamente longevo. Menzione speciale ai doppiatori italiani, che hanno fatto davvero un ottimo lavoro.

Un gioco social

Al netto delle battute, della sacrosanta disumanizzazione del nemico, e delle scenette sceme in ascensore durante i caricamenti, Wolfenstein: Youngblood si discosta abbastanza dal suo glorioso predecessore. Innanzitutto, stiamo parlando di un gioco specificatamente pensato per essere giocato in coop con un amico. L’edizione Deluxe del gioco ci permette di invitare a giocare con noi un amico anche se non ha comprato il gioco, un approccio molto originale e molto intelligente che ho molto apprezzato, e se ci troveremo momentaneamente a corto di amici, c’è sempre la possibilità di giocare con uno sconosciuto.

Se però siamo degli inguaribili antisociali fissati con il single player, la sorella non giocante sarà controllata da un’IA buona ma non eccellente, che però controbilancerà i suoi deficit con una migliore efficienza nel curarvi quando vi capiterà di essere atterrati. Considerando che anche i server funzionano alla grande, in Wolfenstein Youngblood il giocatore due non costituirà mai un problema, umano o artificiale che sia.

Una Ville Lumière un po’ spenta

La seconda differenza sostanziale rispetto agli altri episodi è la natura “semi-open world” di Wolfenstein: Youngblood. Partendo dal quartier generale della resistenza di Parigi (situato ovviamente nelle catacombe), le ragazze potranno accettare missioni più o meno importanti sparse per le poche mappe del gioco. Qui sta il più grosso punto debole del gioco: le mappe sono molto simili tra loro, le missioni hanno tutte lo stesso schema, e le missioni secondarie sono quasi sempre insensate, senza mordente e piuttosto banali. Ovviamente tra il punto A ed il punto B ci sarà sempre un piccolo esercito di nazisti da macellare in allegria, però un po’ di profondità in più non avrebbe certo guastato il clima.

Calpestare teschi

A completare il terzetto di tratti distintivi di Youngblood troviamo alcuni elementi GDR che lo scacciano definitivamente dal genere FPS duro e puro tipico delle produzioni id Software. Sì, è strano e non proprio bellissimo trovarsi a giocare un Wolfenstein con le barre di salute sopra nemici con un livello variabile, e che addirittura compaia un’icona con un teschietto rosso che ci avvisa quando un nemico è probabilmente oltre la nostra portata. Ma non è così brutto come sembra. A meno di non fiondarci immediatamente verso le missioni principali, Jess e Soph avranno molte occasioni di guadagnare punti esperienza, potenziarsi ed acquisire nuove abilità. Inoltre vi assicuro che, raggiunto un livello medio, e scegliendo i giusti Perks, anche i nemici col teschio andranno giù, magari non subito, magari buttandovi a terra una o due volte, ma vi assicurano che la legge di Duke Nukem “se sanguina, posso ucciderlo” vale anche in Wolfenstein Youngblood. Basta avere l’approccio giusto, puntare su un atteggiamento molto molto aggressivo e molto molto fluido, ed il gioco è fatto. Del resto, ci sono un sacco di altri giochi per quelli che preferiscono stare rintanati dietro i muretti ad aspettare il ripristino della barra della salute.

  • 8.5/10
    - 8.5/10
8.5/10

Commento Finale

Per essere un gioco a basso costo, Wolfenstein: Youngblood riesce ad essere molto divertente, in particolare se riuscirete a coinvolgere un amico, cosa non molto difficile vista la possibilità di invitare a giocare anche chi non ha acquistato il titolo. La scarsa longevità è controbilanciata dalla rigiocabilità, la trama non è fatta per essere presa sul serio, e le molte sequenze d’azione sono curate ed appaganti. Forse sarete un po’ straniti dalle meccaniche GDR, ma vi assicuro che superato lo shock iniziale, vi renderete conto che non pesano affatto sul gameplay, anzi, lo arricchiscono.

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