Twin Mirror – Recensione

Fuori dai giochi Telltale, le avventure grafiche 2.0 hanno di certo subito un duro contraccolpo.
Il tipo di avventura a stampo prettamente cinematografico che punta tutto il suo gameplay su risoluzioni di enigmi ambientali elementari e scelte dialogiche vede sulla scena videoludica come quasi unici araldi i pionieri del genere – Quantic Dream – e lo studio Dontnod, capace di sbarcare il lunario con quel Life Is Strange che ancora crea ragionevoli reazioni lacrimali soltanto a nominarlo. Due aziende accomunate dalla nazionalità (ambedue sono francesi), ma profondamente diverse se si parla della gestione progettuale delle loro IP.
Proprio Dontnod in questo dicembre si è ripresentata sul mercato con la sua ultima fatica, quel “Twin Mirror” di cui, per un certo periodo negli anni del suo sviluppo, si erano perse totalmente le tracce.

Solitamente, dietro questi accadimenti, si celano frizioni produttive abbastanza articolate, e sicuramente il cambio di rotta repentino relativamente al modello di distribuzione dell’opera (passata da formato episodico a gioco completo stand alone) aumentava i già leciti sospetti sul tema, contribuendo a creare intorno al titolo una sensazione straniante. Inoltre, alla serie di stranezze, si aggiunge che per la prima volta nella sua storia lo studio di sviluppo ci regala a pochi mesi di distanza due IP appartenenti allo stesso genere; se con l’accoppiata Vampyr – Life is Strange 2 si andava su due fette di pubblico decisamente differenti, Tell Me Why (che vede la luce proprio questo Settembre in esclusiva sulle console Microsoft) condivide con Twin Mirror sia il genere che il pubblico di riferimento.


L’ultimo figlio di Dontnod se n’è quindi uscito fuori dal cilindro in maniera abbastanza imprevedibile; cosa di cui non potremmo essere altro che grati, sicuramente. Dontnod, anche Life is Strange a parte, è sicuramente stata sinonimo di capacità e caparbietà, insinuandosi in quelle frange del mercato difficilmente leggibili per gli altri studi. Vediamo se anche questa volta è stata in grado di stupirci, facendo, come se sempre, di necessità virtù!

La nuova avventura grafica proposta dallo studio francese in collaborazione con Shibuya Productions ci vede nei panni di Sam Higgs, ex-giornalista investigativo originario di Basswood, cittadina della Virginia Occidentale. Quando il protagonista torna nella sua cittadina natale per dare un ultimo addio al suo migliore amico (venuto a mancare pochi giorni prima per un incidente d’auto), i sospetti legati alla natura dell’incidente iniziano a venire a galla, assieme alle tensioni legate ai vecchi rapporti con le persone della città che non sembrano apprezzare il ritorno di Sam per via di un suo vecchio articolo di inchiesta che aveva fatto chiudere la miniera della città, centro della sua economia, e fonte di reddito per la gran parte della cittadinanza.

La trama di Twin Mirror, per la prima volta nelle storie proposte da Dontnod, si allontana dagli elementi sovrannaturali incentrando la sua storia e le sue atmosfere sul thriller investigativo più puro; le atmosfere cupe rievocano a tratti l’aria che si respira in serial come Twin Peaks, o se vogliamo, il più recente Dark. Una città grigia ed anonima farà da sfondo alle vite dei vari personaggi, primari e secondari, generalmente persone dalla vita semplice e disillusa, in linea con la mancanza di prospettive offerte da una città ormai sul viale del tramonto. Fortunatamente, però, a spezzare la situazione stantia ci pensa la mente del protagonista.
Se è vero che in Twin Mirror non emergono elementi sovrannaturali, la mente molto stratificata del protagonista può dirsi il vero centro della vicenda, in quanto viene utilizzata sia come mezzo di indagine, sia come elemento di rottura nella narrazione ordinaria: Sam si immergerà in profondi momenti riflessivi dove grazie al suo “Palazzo Mentale”, potrà rivivere ricordi e rielaborare situazioni oggetto della sua indagine; sempre la sua mente, in maniera altrettanto efficace, trapianterà nella realtà una sorta di alter-ego che ci seguirà come personaggio spalla in tutte le vicende, interagendo con noi per darci consigli. Una sua versione più pungolante e saccente, diciamo, con cui si crea un dualismo complementare e intrigante.

Il rischio della monotonia in quest’avventura grafica è dunque sventato da questi due elementi che si radicano profondamente nel gameplay dell’opera.
Twin Mirror è un’avventura grafica che ci chiede fondamentalmente di dialogare come sempre con i vari personaggi di gioco, scegliendo le risposte più adeguate di volta in volta. Dovremo poi girare per i vari scenari raccogliendo i vari indizi presenti sulla scena (vi ricordate Murdered Soul Suspect?) e una volta completata la raccolta potremo accedere al già citato “Palazzo della Mente” per valutare quale delle ipotesi supposte da Sam sia quella corretta, le quali ci verranno mostrate tramite una breve riproduzione animata. Un percorso a meccaniche trial and error sufficientemente semplice che ha come unico scopo quello di creare dei momenti di stacco dalla narrazione principale.

Proprio la mente di Sam può dirsi quindi l’elemento più riuscito di Twin Mirror. Il personaggio principale è ben caratterizzato, e i suoi drammi personali saranno il vero centro di interesse della storia. I dialoghi come sempre sono ben sceneggiati e ci restituiscono con più che sufficiente intensità il vissuto torbido del protagonista, ancora immerso fino al collo in vecchie questioni e conflitti “duali” che non riesce a risolvere.
La storia è quindi profondamente introspettiva e trova proprio in questo aspetto la sua vera eccellenza.


Assieme all’approfondimento psicologico, il setting dei vari ambienti in cui il gioco ci porterà, per quanto limitati nella dimensione e nell’esplorabilità, ci consegnano un titolo che fa dell’atmosfera l’altra sua grande vittoria; come sempre Dontnod riesce a far respirare il clima da piccola cittadina americana, quella che si stringe con tutta la sua forza attorno alle vite dei personaggi rendendole in qualche modo dipendenti dalla città stessa; posto da cui vorrebbero fuggire perché alienante e avulso da qualsiasi prospettiva, ma che alla fine riesce a mentenerseli in seno, perché ormai schiavi della sua stessa apaticità. Anche l’ottima regia come sempre fa il suo dovere, e forse proprio con Twin Mirror trova uno dei picchi della personalissima storia dello sviluppatore francese, recuperando, per estetica, quelle situazioni onirico-fantascientifiche sviluppate nel compianto Remember Me. Il Palazzo delle Mente di Sam, in cui le scene si muovono tra una continua e cristallica disgregazione, è visivamente meraviglioso, mentre i momenti di introspezione hanno tutti delle intuizioni registiche che sono in grado di far percepire un tocco di originalità (l’ascesa verso lo specchio principale è una scena assolutamente memorabile).

Per una volta anche il comparto tecnico funziona in maniera ineccepibile. Lo studio di sviluppo sembra finalmente aver compiuto quella maturazione che riesce a non far sembrare le sue avventure narrative dei prodotti nati da un compromesso. I compromessi, realmente, ci sono comunque, ma in Twin Mirror la modellazione degli ambienti (realistici e immaginifici), il tratto stilistico cupo, e la riproduzione facciale dei personaggi principali, arrivano a far percepire una certa solidità nel prodotto, che in alcuni frangenti si permette persino meravigliare grazie alle intuizioni dell’art design, mentre per la restante parte del tempo si presenta sempre in maniera inappuntabile (tolti alcuni momenti in cui le texture si caricano in ritardo, perlomeno sulle console old-gen lisce).


Twin Mirror ha indovinato praticamente tutto, nella sua strutturazione, e sembra procedere perfettamente sui binari che lo porterebbero ad essere un prodotto che eccelle, pur senza sovvertire le regole del genere in cui si muove. Se non fosse che è drammaticamente troppo breve.
Nelle sue circa cinque ore di durata la storia che tenta di imbastire si prende il suo tempo, come se ci dovesse accompagnare per almeno il doppio della sua durata; invece così non è. In una manciata di minuti si arriva ad una conclusione che per il genere di appartenenza ha veramente poco senso, tanto che guardando in retrospettiva non si riesce a capire esattamente quali siano state le metriche usate da Dontnod per dosare la narrazione. Non si ha mai la percezione di sviluppo graduale della storia, non si ha un momento di climax vero e proprio, è come se improvvisamente dal preludio fossimo trasportati in un finale di cui, inconsapevolmente, siamo già stati partecipi. Twin Mirror è uno dei rari casi dove la longevità diventa un difetto assolutamente prioritario, in quanto incide profondamente sulla qualità della narrazione, sul viaggio che il gioco tenta di far fare al giocatore. Anche i personaggi secondari sono tratteggiati inizialmente in maniera ottimale, salvo poi essere totalmente dimenticati dal racconto.
Si ha la netta sensazione che Twin Mirror sia una demo di se stesso. I bruschi cambi di direzione in fase di produzione avallano ancora di più l’idea che dietro le quinte si sia operata una strana corsa contro il tempo per riuscire a consegnare un prodotto che rischiava di andare completamente perso e non vedere nemmeno la luce.
Così fosse, l’opera di salvataggio può dirsi sicuramente compiuta, perché Twin Mirror è comunque un buon gioco, con dei momenti veramente eccellenti, che però ti tira una bastonata in faccia nel momento in cui ti fa capire di essere arrivato alla sua conclusione. Dontnod fa sedere i giocatori a un tavolo perfettamente apparecchiato salvo poi accompagnarli forzatamente all’uscita del ristorante subito dopo il primo. 

Twin Mirror
  • 7/10
    - 7/10
7/10

Commento Finale

Twin Mirror per quanto sia sicuramente l’opera tecnicamente più matura di Dontnod non si può certo definire come la più riuscita.
Il gioco in sé è ottimo, soprattutto per il genere di appartenenza. Il thriller investigativo si mescola al dramma psicologico e ci consegna un personaggio principale in grado di empatizzare profondamente con il giocatore. Così avviene anche per la cittadina di Basswood, capace di farsi letteralmente respirare tramite il pad. Le sequenze nel Palazzo della Mente di Sam sono inoltre il vero fiore all’occhiello della produzione.
Pur consegnandoci per la prima volta un’avventura narrativa stand-alone, forse qui, ancor più che alla fine di un episodio, si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un’opera incompiuta, che improvvisamente decide di arrivare alla fine riducendo il suo viaggio ai minimi termini, non sviluppando in adeguato modo tutto il contesto di cui ci aveva reso partecipi.
In prodotti del genere purtroppo il difetto, quando così rilevante, compromette il giudizio anche dell’esperienza globale, che comunque, prima del suo inciampo, fa viaggiare il giocatore in una storia indovinata e in atmosfere TwinPeaksiane preziose.
Dategli una chance, perché Twin Mirror merita comunque di essere giocato, anche a costo di masticare amaro quando scoprirete di essere stati costretti a spegnere la console anzitempo.