Tales of Arise

Tales of Arise e la magica formula del brand

Diciamoci la verità. A un certo punto della vita giocare ai Jrpg diventa tremendamente complicato.
Anche se sei un fan dell’animazione giapponese. Anche se ti sono sempre piaciuti da matti.
Se prima giocandone 10 almeno 8 riuscivano a prenderti, con il passare del tempo la cosa inizia a diventare più complicata.
È come se si sviluppasse una sorta di disincanto intestino, che prende lentamente sempre più piede dentro di te. Un po’ come succede con gli anime, all’improvviso le trame smettono di prenderti con la stessa semplicità con cui ti prendevano prima, e in un gioco di ruolo basato generalmente sul grinding (dove la trama è fondamentalmente quella cosa che ti fa accettare di buttare ore preziose della tua vita dietro una reiterazione continua delle stesse battaglie) capite bene che la cosa può creare qualche naturale ostacolo, per cui alla fine ne giochi via via sempre di meno, per selezione naturale. Soprattutto quando capisci che quello che ti troverai di fronte non saranno altro che i soliti archetipi narrativi, visti e rivisti almeno un trilione di volte.
 
Ci sono però alcune saghe che, nonostante la nascita di questo tipo di barriera, riescono a scamparla praticamente sempre. E finisce che riescono a farsi amare (capitolo più o capitolo meno), nonostante non si discostino poi molto da quanto già visto.
La saga di “Tales of” è forse proprio una di quelle che è riuscita a centrare pienamente questo tipo di risultato. E con la sua ultima incarnazione “Tales of Arise” fa un passo in più: non si smentisce, si raffina, e insegna al mondo che questo tipo di alchimia non è roba da tutti.

Tales of Arise


La formula Tales of



Partiamo col dire che Tales of Arise riesce a fare esattamente quello che da un Tales of ci si aspetta. Ti intrattiene con il canovaccio più classico del mondo, ma ci infila continuamente sprazzi di ingenua profondità, se così vogliamo chiamarla. È forse proprio questa la caratteristica che ha tenuto in piedi la saga per tutti questi anni, in tutte le sue varie incarnazioni, sviluppate non certo con cifre mostruose. Tutti i suoi capitoli sono riusciti a infilarsi nella testa dei giocatori tramite l’ausilio di personaggi triti e ritriti ma, esattamente poco prima che il cervello del giocatore arrivasse a stancarsi a morte, si avverte un piccolo cambio di marcia. Da una narrazione che avrebbe potuto continuare piattamente, ecco che nascono barlumi di profondità. L’effetto è che in definitiva non si può fare a meno di voler continuare a vedere fino a dove riuscirà ad arrivare il racconto. E in alcuni casi i risultati sono stati letteralmente sorprendenti: citando i capitoli più riusciti della saga – Tales of Vesperia & Tales of Berseria – gli sviluppatori di Bandai Namco hanno creato dei prodotti in grado di annoverarsi senza dubbio tra le migliori produzioni di sempre mai apparse sui nostri schermi videoludici, veri araldi di questo genere. Non solo, però. Anche nei casi meno fortunati (Tales of Zestiria, per fare un esempio recente), la saga riesce sempre a crearti quel vivo interesse, capace di farti rimanere lì, piacevolmente intrattenuto, incollato al joypad.

A chi va il merito per questa deliziosa formula? Soprattutto all’intuizione vincente di inserire elementi cari al genere delle visual novel, con molte scene di intermezzo dialogate che si inseriscono nei momenti di gameplay, insieme a lievi animazioni che danno screentime ai personaggi, e riescono a farli attaccare il più possibile al giocatore: anche quando il loro background non risulta originale o convincente (e quest’ultima caratteristica capita rare volte) male che vada ci pensa la simpatia a fare il suo sporco lavoro, sempre misurata, mai eccessiva. Così il giocatore non si stanca, così il giocatore rimane nella saga, sia nelle situazioni più convincenti che in quelle che viaggiano più sottotono.

La formula usata dai Tales è un incantesimo maledettamente perfetto, un equilibrio che raramente si è visto nelle produzioni videoludiche di lungo periodo, che gradualmente hanno dovuto fare i conti con l’innalzamento dei costi di sviluppo arrivando a volte a cambiare bruscamente pelle, o a scomparire proprio per via del loro volutamente rimanere per la nicchia di appassionati. “Tales of” invece è riuscita a sopravvivere incredibilmente fino al 2021 con delle produzioni incredibilmente misurate, in cui i limiti tecnici trasparivano da ogni texture, limitando il più possibile i costi di sviluppo e la rivisitazione profonda del combat system. Fino al 2021, dicevamo. Perché è qui che Arise arriva. E arriva dove mai nessun altro Tales era riuscito ad arrivare.

Tales of Arise



Il momento di prendersi sul serio

Con Tales of Arise la saga si scrolla ufficialmente di dosso la nomea di produzione di seconda fascia e, anche se non sorretta da una delle sue trame più memorabili, si lancia nell’olimpo di quei capitoli che non puoi non giocare: vuoi per i panorami mozzafiato, vuoi per il gameplay incredibilmente adrenalinico e appagante, abbiamo finalmente quello che si potrebbe definire “il Tales definitivo”, la consacrazione di quella formula semplice ed efficace capace di far fiorire la saga per decenni, facendola culminare finalmente in un capitolo dove l’esperienza artistica si vendica di tutti gli anni di stenti, di magagne nascoste sotto al tappeto, di giocatori che volevano consigliarla con tutto il cuore all’amico di turno, ma che dovevano traballare su frasi come “sì, la grafica è un po’ così eh, però…”

La cosa meravigliosa che fa Tales of Arise, forse quella più importante, è quella di costruire un ponte verso milioni di giocatori che ancora non avevano avuto modo di capire perché questa saga riesce a sopravvivere, con merito, da decenni, per aiutarli a lanciarsi nei racconti che Bandai sviluppa con tanta cura da anni.
E per prima cosa li fa atterrare nelle avventure di Alphen e Shionne (i due protagonisti di Tales of Arise), che in questa occasione ci regalano una storia sufficientemente raffinata di solitudine e contatto (che si muove tra temi elementari di sociologia e politica), capace di far riflettere ed emozionare, grazie soprattutto alle meravigliose cinematiche di cui è costellato tutto il gioco.

Ma ridurre l’effetto a questo sarebbe limitante. Perché Tales of Arise “lavora” per tutti gli altri Tales nascosti dietro di lui, come piccoli fratellini che hanno voglia di salire sulle spalle del fratello maggiore, e che proprio grazie a lui saranno finalmente in grado di farsi ascoltare, invogliando i giocatori a recuperarli, a viverli. Perché anche questa volta Tales of riesce a incantare più di tutto con la sua formula di “ingenua profondità”, come dicevamo, e una volta provata, non si può più tornare indietro. Pur con l’aumento dei valori di produzione la saga è riuscita a non perdersi, tutt’altro: è stato semplicemente fatto il miglior power up possibile e immaginabile. Il miglior affare che sia noi, sia Bandai Namco, potessimo fare insomma.


Un capitolo perfetto, dunque, per lanciare al contempo il brand verso nuove ambizioni, non dimenticandosi che la formula più importante rimane comunque quella che dal 1995 ci regala, in perfetto equilibrio tra classicismo e originalità, eroi e mondi dal salvare.

Tales of Arise

Sull'autore

Alessandro Tonoli

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo.
Da buon Boxaro preferisce i boxer agli slip.

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