
C’è un film che ogni estate meriterebbe di essere ripescato, eppure resta sempre un passo indietro rispetto ai giganti dell’animazione giapponese. Sto parlando di Summer Wars, l’opera con cui Mamoru Hosoda ha dimostrato che si può parlare di tecnologia, famiglia e crescita senza mai scadere nella banalità. Ed è iniziata l’estate: se c’è un momento giusto per rivederlo, è questo.
Ti dico subito una cosa: sotto la superficie leggera, quasi da commedia adolescenziale, si nasconde un cuore profondo, quasi filosofico. E no, non è un film che parla di mostri digitali. È un film che parla attraverso di essi.
Al centro di tutto c’è la famiglia. Non come sfondo, ma come vero motore narrativo. Hosoda ti mette davanti una verità scomoda quanto necessaria: restare vicini, sopportarsi, supportarsi nonostante le divergenze e le diversità, è l’unico modo per affrontare il male. Da soli si perde. Insieme, forse, si vince.

Questo film te lo sbatte in faccia senza troppi giri di parole. E lo fa intrecciando due temporalità che sembrano opposte ma che, in realtà, si completano.
La famiglia Jinnouchi è il passato. Glorioso, radicato, attaccato a tradizioni che sembrano uscite da un’altra epoca. Dall’altra parte c’è OZ, il mondo digitale dove l’intera umanità vive una seconda esistenza parallela.
Due mondi, due logiche, due modi di stare al mondo. E Hosoda non sceglie: li fa scontrare, li fa dialogare, li costringe a convivere.
Eppure, nonostante la potenza di questo universo digitale, non tutti riescono a viverlo in modo sano. E qui il film smette di essere fantascienza per diventare specchio. Lo vediamo ogni giorno: il digitale può essere strumento di connessione, ma può trasformarsi in trappola con la stessa facilità.
I protagonisti di Summer Wars sono giovani brillanti, capaci, quasi geniali. Ma manca loro qualcosa che nessun algoritmo può insegnare: il coraggio. È una qualità che costruiranno passo dopo passo, tra amori adolescenziali goffi e battaglie che li costringono a scegliere da che parte stare.

Non sono eroi già formati. Sono ragazzi che diventano qualcosa solo attraverso la fatica, l’errore, il legame con gli altri.
C’è poi l’aspetto tecnico, che qui non è mai fine a se stesso. Le animazioni di Summer Wars non lasciano spazi morti: ogni fotogramma trasporta lo spettatore tra mondo reale e mondo digitale con una naturalezza rara, quasi impercettibile. Non senti lo stacco. Vivi entrambe le dimensioni come se fossero la stessa cosa, che poi è esattamente il punto del film.
Rivederlo oggi, con più anni di digitale alle spalle di quanti ne avessimo quando è uscito, fa un effetto diverso. Quello che sembrava un’esagerazione narrativa oggi somiglia sempre di più a un promemoria.

