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Il fantasy è un genere che amo profondamente, e non solo per la magia o i mondi inventati. Lo amo perché i migliori autori lo usano come specchio: ci mettono dentro economia, politica, linguistica, storia — tutto ciò che conoscono meglio — e lo fondono con qualcosa di straordinario. Rothfuss ha costruito uno dei sistemi economici più credibili della letteratura fantasy. Martin gioca con la politica come un maestro di scacchi. Tolkien ha dedicato un’intera vita alla linguistica, inventando lingue vere, con grammatica e storia propria.
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È esattamente da questa tradizione che parte S. F. Williamson con A Language of Dragons, edito in Italia da Il Castoro. Un esordio ambizioso, che si propone di esplorare il linguaggio come elemento magico e strutturante del mondo narrativo. Un’idea affascinante, che sulla carta promette molto.

Come mia abitudine, parto dall’esterno. E qui devo essere sincero: la prima impressione è stata ottima. La sovraccopertina è bellissima, con un’illustrazione che cattura l’occhio e comunica subito l’atmosfera del romanzo. Anche il segnalibro interno ha una sua eleganza — anche se lo trovo praticamente inutilizzabile per segnare davvero la pagina, ma questo è un dettaglio. La qualità complessiva dell’oggetto libro è alta, e si sente. Il Castoro ha fatto un buon lavoro dal punto di vista editoriale.
Peccato che il contenuto non sia all’altezza della confezione. O meglio: non del tutto.
Non parlerò della trama — la trovate sul sito dell’editore, e non è questo il mio stile. Preferisco parlare di ciò che si prova leggendo. E quello che ho provato, per buona parte del romanzo, è stata una fastidiosa difficoltà ad affezionarmi alla protagonista.
Empatizzare con lei è stato per me praticamente impossibile. Ciò che ha fatto — e chi leggerà capirà di cosa si tratta — non è perdonabile con leggerezza. Fin qui, potrebbe anche essere una scelta narrativa interessante: non tutti i protagonisti devono essere amabili. Il problema è che il personaggio sembra non rendersi minimamente conto del peso delle proprie azioni, anzi si atteggia a vittima in modo che ho trovato sempre più difficile da sopportare con il passare delle pagine. È un limite che pesa, e non poco, sull’esperienza di lettura complessiva.
L’altro nodo critico riguarda i tempi narrativi. Ci sono momenti in cui la storia si allunga inutilmente, indugiando su scene che potrebbero essere ridotte o eliminate senza perdere nulla. Il risultato è una sensazione strana: arrivare a metà libro con la percezione di essere ancora all’inizio, come se la storia vera dovesse ancora cominciare. Per un romanzo che ha ambizioni epiche, è un problema di ritmo che si fa sentire.
Per fortuna, la prosa salva molto. Scorre veloce, non si inceppa, non lascia troppi momenti morti. I dialoghi funzionano in modo simile: non sempre convincono per realismo, ma hanno un’energia che li fa volare via senza annoiare. È un equilibrio fragile, ma regge.
Più disomogenea, invece, la gestione dei personaggi secondari. Alcuni sono tratteggiati con cura, con sfumature che li rendono credibili e interessanti. Altri sembrano usciti da un manuale degli stereotipi fantasy, costruiti con una semplicità che stride con le ambizioni del romanzo. È un peccato, perché il mondo che Williamson ha immaginato avrebbe meritato una compagnia di personaggi all’altezza.
Chiudo con la stessa frase con cui ho chiuso il libro, quella che mi è venuta spontanea alzando gli occhi dall’ultima pagina: poteva andare meglio, ma anche molto peggio. A Language of Dragons è un esordio imperfetto, con idee genuine e qualche problema strutturale che ne frena il potenziale. Williamson ha qualcosa da dire — si sente, nella costruzione del mondo e nell’ambizione del progetto. La curiosità di vedere dove andrà con il prossimo lavoro, devo ammetterlo, è rimasta.









