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L’intelligenza artificiale doveva liberarci dal lavoro ripetitivo. Invece, secondo una ricerca dell’Harvard Business Review pubblicata a febbraio 2026, sta facendo esattamente il contrario: chi usa strumenti come ChatGPT in ufficio lavora di più, non di meno.
Lo studio ha seguito circa 200 dipendenti di un’azienda tech americana per otto mesi, combinando osservazione diretta e oltre 40 interviste. Il risultato: l’AI accelera i singoli task, ma espande l’ambito totale del lavoro in modo che i guadagni di tempo vengono immediatamente riassorbiti da nuove responsabilità.
Il meccanismo: tre trappole invisibili
I ricercatori identificano tre dinamiche precise che alimentano questo circolo vizioso:
- Espansione dei task — Chi usa l’AI inizia ad assorbire mansioni che prima delegava o evitava, perché lo strumento abbassa la barriera d’ingresso in domini nuovi
- Multitasking crescente — Si gestiscono più thread contemporaneamente, aumentando il carico cognitivo e la sensazione costante di urgenza
- Infiltrazione nel tempo libero — L’AI rende il lavoro sempre accessibile, erodendo pause e confini tra vita personale e professionale
Il fenomeno viene definito work intensification: non si produce di più nello stesso tempo, si produce esponenzialmente di più in un tempo leggermente maggiore.
Non è la prima volta
Questo schema non è nuovo. Negli anni ’80, l’economista Robert Solow osservò che i computer erano visibili ovunque tranne che nelle statistiche della produttività — un paradosso che oggi i ricercatori citano puntualmente per descrivere ciò che sta accadendo con l’AI. Anche uno studio Upwork aveva già rilevato che il 77% dei lavoratori che usano AI riferisce un aumento del carico di lavoro, con tassi di burnout in crescita nonostante la produttività percepita.
La domanda che lo studio lascia aperta è quella più scomoda per le aziende: stiamo misurando vera produttività, o stiamo semplicemente accelerando verso l’esaurimento?








