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Scrivere un finale decente per un prodotto amato in tutto il mondo non è facile. Lo sappiamo tutti. Perché ci sarà sempre chi non lo apprezzerà e chi invece lo osannerà. Scrivere un finale è un atto di coraggio verso se stessi e talvolta gli autori dovrebbero fregarsene del parere dei fan, perché quella è la loro storia. È un gesto di onestà artistica che richiede la forza di seguire la propria visione fino in fondo, indipendentemente dal clamore del pubblico.
Questa premessa serve a inquadrare quello che, per me, è stato un finale veramente toccante. Dopo le ultime tre puntate, mi aspettavo una cacata enorme. Invece, sono rimasto piacevolmente colpito, quasi spiazzato dalla capacità dei Duffer Brothers di ribaltare le mie aspettative.
Odio in maniera viscerale episodi così lunghi. Lo ripeterò sempre: non hanno niente di seriale, tradiscono il ritmo e la struttura che dovrebbero caratterizzare una serie televisiva. Eppure, devo ammettere che i Duffer Brothers hanno saputo tenermi incollato allo schermo per due ore con il cuore che pulsava, esplodeva e si ricomponeva. È stata un’esperienza emotivamente massacrante, nel senso più positivo del termine.

La tensione è stata gestita con maestria, alternando momenti di quiete a picchi adrenalinici che ti strappavano dalla poltrona. Non c’è stato un attimo di noia, nessun momento in cui ho pensato “questo potevano tagliarlo”. E questa, per un episodio di tale durata, è un’impresa non da poco.
Le varie storyline hanno raggiunto la loro conclusione. Certo, mancano i militari all’appello, ma è chiaro che tolto il “problema”, il governo non avrebbe più tirato fuori i milioni necessari per far reggere quella struttura. È una scelta narrativa logica, anche se forse un po’ sbrigativa. Per il resto, praticamente ogni arco narrativo ha avuto una sua degna conclusione.
Si poteva fare di più? Certamente. Alcune dinamiche meritavano forse un approfondimento maggiore, certi personaggi secondari avrebbero potuto ricevere un ultimo momento di gloria. Ma è chiaro che chiudere tutto esattamente come lo vorremmo è impossibile. A volte bisogna solo accettare che, durante la visione, scegliamo di farci condurre per mano in una storia scritta da altri, rinunciando al controllo totale sulle nostre aspettative.
Ho criticato aspramente le tre puntate precedenti e rinnovo quel pensiero senza esitazione. Erano state deludenti, dispersive, con ritmi altalenanti e scelte narrative discutibili. Ma questo episodio finale è stato per me una vera boccata d’aria fresca, un ritorno a quella magia che aveva reso Stranger Things un fenomeno culturale.
Gli effetti speciali sono stati semplicemente sbalorditivi. Probabilmente solo per il Mind Flayer e la distruzione definitiva del SottoSopra è partito un bel po’ di budget, ma ogni dollaro speso si vede sullo schermo. La resa visiva di quella battaglia finale, con tutte le sue implicazioni cosmiche e emotive, è stata da cinema di alto livello.

Ho apprezzato moltissimo la gestione di Henry/Vecna, che non si redime, non diventa il buono di turno dopo aver compreso di essere stato solo un burattino nelle mani del male puro. Troppo spesso assistiamo a redenzioni forzate, a villain che all’ultimo minuto scoprono un briciolo di umanità e si sacrificano per il bene comune. Qui no. Henry rimane coerente con il suo personaggio fino alla fine, accettando la propria natura e le proprie scelte. È una scelta narrativa coraggiosa e rispettosa dell’intelligenza dello spettatore.
Questo rifiuto della redenzione facile rende il suo destino ancora più potente, perché ci ricorda che non tutto il male può essere redento, non tutte le ferite possono essere sanate. A volte, il male è semplicemente male, e va affrontato per quello che è.
La parte conclusiva è un vero e proprio tocco di classe. Ha toccato alcune corde emotive profonde, quelle che non sapevo nemmeno di avere così sensibili. Non voglio spoilerare nulla per chi non avesse ancora visto l’episodio, ma posso dire che quegli ultimi minuti rappresentano tutto ciò che Stranger Things ha sempre saputo fare meglio: mescolare nostalgia, crescita, perdita e speranza in un cocktail emotivo che ti lascia svuotato ma stranamente sereno.
Di questo aspetto parlerò sicuramente nei prossimi giorni, in modo più approfondito e dettagliato. Perché ne ho bisogno e voglia. Perché certe emozioni meritano di essere elaborate, scomposte, analizzate per capire esattamente cosa hanno mosso dentro di noi.

Con quest’episodio finisce un’epoca per noi spettatori. Finisce la visione di una serie che ci ha fatto sentire bambini in un mondo che spesso tendiamo a non riconoscere come il nostro. Stranger Things è stata più di una semplice serie tv: è stata un rifugio, un portale verso un’infanzia che molti di noi non hanno vissuto ma che hanno desiderato attraverso queste storie.
Ci ha ricordato cosa significa avere degli amici inseparabili, affrontare mostri che sono metafore dei nostri demoni interiori, crescere mantenendo viva quella scintilla di meraviglia che il mondo adulto tende a spegnere. E ora che questo viaggio si conclude, resta un vuoto, certo, ma anche la consapevolezza di aver partecipato a qualcosa di speciale.
I Duffer Brothers hanno avuto il coraggio di chiudere la loro storia, di dire addio ai personaggi che hanno creato, di lasciare andare un universo che avrebbe potuto essere munto all’infinito per profitto. E questo, in un’epoca di revival e reboot eterni, è un gesto che merita rispetto.
Grazie, Stranger Things. Per tutto.









