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Nato nel luglio 2025 allo Ichikawa City Zoo di Chiba, in Giappone, Punch è un piccolo macaco giapponese che è stato abbandonato dalla madre subito dopo la nascita. Per evitare che crescesse senza una figura di attaccamento, i custodi dello zoo gli hanno dato un peluche di orangutan — battezzato dai fan “Ora-mama” — con il pelo lungo e facile da afferrare, scelto appositamente perché assomigliasse a un altro primate.
I video di Punch che trascinava il pupazzo ovunque, più grande di lui, hanno fatto il giro del mondo in pochi giorni. L’hashtag “keep going, Punch” è diventato virale in italiano, inglese e giapponese, e lo zoo di Ichikawa è diventato una meta turistica. Nel frattempo, IKEA Japan ha donato nuovi peluche allo zoo, e Punch ha ricevuto persino una “guardia del corpo” tra i macachi adulti mentre impara lentamente a integrarsi nel gruppo.
Ora la storia di Punch fa un salto inaspettato: un ex sviluppatore di Fortnite di nome Richie Branson ha creato Zoo Fighter, un gioco web gratuito in cui il giocatore controlla proprio Punch — completo di peluche in braccio — e deve respingere i macachi aggressivi che si avvicinano. Dopo aver eliminato 100 avversari, Punch viene liberato e portato in un santuario.
Il progetto è dichiaratamente politico oltre che ludico: nella pagina del gioco si legge che i santuari offrono agli animali spazi più naturali e cure centrate sul benessere, non sull’esposizione al pubblico — un messaggio sottile ma diretto verso il modello zoo tradizionale.
La storia di Punch segue uno schema ormai familiare nell’era dei social: animale vulnerabile diventa fenomeno globale (vedi Moo Deng, l’ippopotamo pigmeo thai del 2024), il web si mobilita, arrivano donazioni e brand, e infine la cultura pop lo assimila completamente. La differenza è che questa volta, dietro la viralità, c’è una domanda reale sul benessere animale — e un videogioco che trasforma quella domanda in un boss fight.









