La prima stagione del live action di One Piece mi aveva convinto abbastanza, ma non abbastanza. C’era qualcosa che non tornava del tutto, un equilibrio ancora instabile tra l’ambizione del progetto e la sua resa concreta. Ebbene, la seconda stagione — finalmente disponibile su Netflix — ha spazzato via quasi tutti quei dubbi. Non grida al miracolo, ma rappresenta senza discussioni una delle migliori trasposizioni live action di un manga mai realizzate. E lo dico a mani basse.
Una delle scommesse più rischiose di questa produzione è la regia, che riprende e amplifica la direzione folle già intravista nella prima stagione. Inquadrature esagerate, movimenti di macchina che sembrano strappati direttamente dalle tavole di Eiichiro Oda, transizioni che in qualsiasi altro contesto risulterebbero ridicole. Su carta — o sullo schermo — sembra una scelta che non può funzionare. E invece funziona, e funziona alla grande. C’è qualcosa di genuinamente coraggioso nel modo in cui i registi hanno scelto di abbracciare il linguaggio visivo del manga e dell’anime senza cercare di addomesticarlo, di renderlo più digeribile per un pubblico generalista. Il risultato è una serie che ha un’identità visiva precisa, riconoscibile, che si sente a casa nel proprio assurdo.

Il cast si riconferma azzeccatissimo, ma con una differenza sostanziale rispetto alla prima stagione: stavolta funziona meglio, molto meglio. Ogni attore sembra aver trovato con più sicurezza il proprio personaggio, quella misura precisa tra interpretazione e costume che nella prima stagione era ancora un po’ acerba. L’effetto finale è quello di una mega gara di cosplay — nel senso più affettuoso del termine — in cui però nessuno sembra travestito. Sembrano semplicemente i personaggi. La CGI contribuisce in modo decisivo a questa sensazione, con un salto di qualità evidente già dal primo episodio. Ma il momento che sigilla tutto è l’arrivo di Chopper: renderlo credibile su schermo non era impresa da poco, eppure i realizzatori ci sono riusciti con una naturalezza che lascia quasi increduli.
Dal punto di vista narrativo, la stagione sorprende per la fedeltà al materiale originale — in certi punti davvero pazzesca — pur permettendosi alcuni ampliamenti che arricchiscono la storia senza tradirla. Il ritmo è spedito, senza un momento morto, e questo è forse il pregio più grande: due ore di episodi che volano via senza che tu te ne accorga.
Resta però il nodo che mi porto dietro dalla prima stagione: questa serie non ha un futuro sostenibile. Una stagione ogni anni che copre una manciata di archi narrativi, attori che invecchiano, e un manga che supera i milleduecento capitoli. Per arrivare al capitolo mille ci vorrebbero decine di stagioni. Il rischio cancellazione è reale, e sarebbe un peccato enorme proprio ora che la produzione ha trovato il suo passo. Per ora, però, godiamoci quello che c’è. Ed è tanto.










