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C’è un momento, in Therapy Simulator, in cui un paziente con la testa da cavallo ti fissa negli occhi e ti dice che nessuno lo capisce. È lì che ti chiedi se sei tu lo psicologo… o il pazzo della situazione.
Sviluppato dal bizzarro genio indie Jemboy, Therapy Simulator è una piccola sorpresa arrivata su Steam a fine 2025. Non il solito gestionale serio — qui la terapia è caos controllato, ironia britannica e un pizzico di autoconsapevolezza.
Il gioco ti mette nei panni di un giovane terapeuta deciso a farsi un nome in città. Ti accoglie un ufficio grigio, spoglio, con vista su una ferrovia rumorosa e un computer che scandisce gli appuntamenti del giorno. Ogni mattina si apre sempre uguale — l’ascensore, la scrivania, la lista pazienti — ma ogni incontro porta nuovi dilemmi morali.
Ogni paziente ha la sua storia, dalle crisi esistenziali alle esplosioni di rabbia, e tu puoi rispondere con tre opzioni: empatica, insensibile o neutrale. Il sistema morale, rappresentato da una barra “Buono vs. Malvagio”, decide non solo quanto guadagni, ma anche se il paziente tornerà… o ti lancerà il portacenere addosso.
Alcune risposte sono irresistibilmente brutali (“Hai mai pensato che il problema potresti essere tu?”), e l’effetto è quello di Untitled Goose Game travestito da simulatore di terapia: leggerezza, sarcasmo e conseguenze lievemente disastrose.
La routine è semplice ma efficace: apri il computer per prenotare sedute, invita i pazienti dalla sala d’attesa, ascolta e rispondi. Ogni giornate scorre come una mini-sitcom: a volte finisci per confortare un uomo depresso, altre per far scappare a piangere un’adolescente arrabbiata.
Dietro la semplicità, ci sono chicche che fanno la differenza. Puoi osservare il traffico fuori dalla finestra o notare il prossimo paziente che entra mentre stai ancora discutendo con quello attuale. È come se il gioco avesse vita propria, anche nei suoi limiti tecnici.
Sul piano visivo, Therapy Simulator ricorda una versione lo-fi di Two Point Hospital: colori tenui, modelli 3D minimali ma animati con gusto, e un’estetica volutamente banale che si adatta perfettamente al tono.
L’effetto è stranamente ipnotico: un mondo anonimo che diventa familiare, come un vero studio di provincia in cui si alternano speranza e rassegnazione.
La colonna sonora, tra jazz sintetico e chill anni ’90, mantiene il ritmo rilassato. Ogni tanto un treno passa dietro la finestra, facendo vibrare l’intera parete: un segnale che la vita scorre anche fuori dal tuo ufficio, anche se sei bloccato tra un paziente in crisi e una stampante che non funziona.
Il bello del gioco è che niente è bianco o nero. Puoi essere il terapeuta zen, o quello che sfrutta i pazienti come bancomat emotivi. Più consigli sensati dai, più soldi incassi — ma a volte essere un disastro umano paga di più. C’è una satira sottile, quasi cinica, sul capitalismo delle emozioni: “falli tornare abbastanza tristi da voler pagare un’altra seduta”.
In futuro, il developer ha già promesso aggiornamenti che introdurranno animali da compagnia terapeutici, nuovi mobili acquistabili e persino la possibilità di assumere collaboratori.
Insomma, presto potremmo gestire il nostro piccolo studio come un Tycoon dell’anima.
Non tutto è perfetto. L’evidenziazione nera sugli oggetti interattivi rompe un po’ l’immersione, e il rituale di fine turno — raggiungere l’ascensore per “staccare” — dà una chiusura brusca, come se ti tirassero via la sedia sotto il sedere.
Ma sono peccati veniali per un gioco che punta più al mood che alla meccanica.
Therapy Simulator è un’esperienza che prende in giro — con affetto — il mondo dei “simulator” e l’idea stessa di benessere digitale. È leggero, sarcastico e capace di sorprenderti nel modo più umano: mettendoti di fronte ai limiti della tua empatia.
Per chi ama i giochi di ruolo morali, per chi cerca una pausa riflessiva dopo un round di Call of Duty, o semplicemente per chi vuole ridere di sé, questo piccolo esperimento di Jemboy è terapia vera.









