Le nostre postazioni da gaming rimangono per sempre parte di noi

Il videogioco è il medium immersivo per eccellenza. E come tale, svolge perfettamente la sua funzione di esclusione, di distanziamento dal mondo in cui lo giochiamo, in cui premiamo il tasto start. Ma vi siete mai fermati a pensare un attimo a quanto siano importanti gli ambienti in cui diamo inizio a questi viaggi? Le nostre magic room. Le nostre postazioni. E a come esse facciano parte, contaminino e si leghino in maniera stranamente indissolubilmente a quelle esperienze che finiamo per vivere, divenendo in qualche modo parte di esse. Parte dei ricordi legati a esse. Qualcosa capace di ricordarci dell’uno e dell’altro. La foto di una vecchia stanza può riportarci a un titolo che avevamo totalmente dimenticato, e viceversa. Una vecchia copertina riesce a far rinascere fra i ricordi la stanza di quando siamo stati bambini. Sono domande che nascono quando i traslochi nella vita magari iniziano ad essere tanti; le nostre stanze videoludiche che titoli porteranno per sempre con loro? Che storie ci ricorderanno per sempre? E questi giochi, invece, che luoghi ci ricorderanno? 

Siamo le postazioni che abitiamo

Questo discorso parte ovviamente da un presupposto, che lega l’ambiente a noi, mediante due fattori che sono inscindibili da esso: il setting estetico delle nostre postazioni di gioco (improvvisate o curate in maniera maniacale) e il tempo, l’età in cui le abitiamo. Sono elementi che si immergono nell’esperienza videoludica e la aiutano a focalizzarsi meglio nella nostra mente, tramite le sensazioni ed emozioni che ci torneranno a galla quando per chissà quale motivo penseremo a quella stanza, quel tempo, quella storia. Insomma, le stanze che abitiamo, il modo in cui le contaminiamo, è come se facesse parte dell’esperienza videoludica stessa, dalla sedia su cui posiamo le natiche, alla statuetta che sta a fianco del monitor e ci osserva silente mentre giochiamo, i videogiochi sono contaminati dagli ambienti; sono una parte di codice aggiuntivo, uno spin off con cui contaminiamo il codice scritto dai programmatori. E noi lo sappiamo. Per questo, molti di noi, vi prestano così attenzione: Taylor & Alder in uno studio confermano proprio questo aspetto, le nostre postazioni sono pensate per esporre oggetti di orgoglio, mostrando parti che leghiamo a noi per rafforzare il nostro senso di appartenenza e la nostra identità.

Perché su quella sedia, seduti, ci siamo noi. In un determinato tempo della nostra vita, un asse cartesiano in cui il codice si va a spargere, mettendo la sua tacchetta sull’asse orizzontale del tempo, determinando in che punto della tua storia sei, in quella stanza, con quel titolo. Scorrerlo all’indietro ogni tanto è un lavoro importante, e legarsi al ricordo grazie a elementi fisici, come le nostre stanze, o i giochi che abbiamo abitato, può aiutarci a riscoprire ricordi finiti un filo troppo in fondo, rispetto a quelli che solitamente evochiamo per qualsiasi ragione; insomma, pensare alle nostre stanze videoludiche, che si sono susseguite nel tempo, fra traslochi pazzi e cambi di vita imprevisti, è quel sapore dolce capace di riportarci lì, la madeleine che il videogiocatore ha a disposizione per far sì che nulla vada veramente perso, in questa caccia al tempo perduto.

Sono le postazioni che ho abitato

La bellezza di questo mettere in fila elementi che nel tempo ci sono via via passati fra le mani, o davanti agli occhi, è proprio lo scoprire che lì in mezzo si sono infilate anche cose che forse non avremmo mai pensato di portarci con noi per una vita. Situazioni, scenari, oggetti, che abbiamo in origine assolutamente sottovalutato. Scorrendo il mio personale asse cartesiano, provando a tornare all’inizio del mio percorso, escono dettagli di luoghi e di titoli che non hanno un particolare peso razionale. Ma sono parte della mia storia e io non posso contestare in alcun modo. Non so perché, ad esempio, se penso alla mia prima casa, alla mia prima cameretta, vedo me intento a giocare a Sonic, nonostante in quella camera abbia giocato ad un milione di altri giochi. Ricordo i letti, la disposizione precisa: uno a castello e uno per i fatti suoi, perché a quel tempo in camera stavamo felicemente stretti, essendo in tanti. Ricordi la scrivania di legno su cui stava appoggiata la piccola TV che mi ero conquistato a fatica. Tante audiocassette, dietro di essa, di mio fratello e mia zia, forse solo un paio mie (rigorosamente marchiate 883) a guardarmi giocare. Poi l’asse cartesiano scorre e quella camera cambia. Fa spazio al primo PC arrivato in casa, la scrivania quindi si assesta per accogliere uno strumento che sarebbe stato monopolizzato da mio fratello che aveva “cose serie da fare”; il PC, su un piccolo altare separato, diventa un accumulo di fogli di canzoni trascritte (se non ricordo male quelle degli Oasis) ed io nei pochi momenti in cui la postazione si libera, mi destreggio con V-Rally, Midtown Madness, mentre in altri momenti lascio spazio a quella cosa strana chiamata Zork: Nemesis capace di farmi capire che più di tutto, nella vita, avrei amato le storie e la sensazione di mistero. Una sedia da scrivania scomoda completa questo pacchetto che vede come elemento indimenticabile sullo sfondo una radio con doppio mangianastri capace di creare cassette mixate all’infinito (il Mixed by Erri fatto in casa dell’epoca). Poi altre case, altri elementi: il salotto di mia madre dove, seduto rigorosamente per terra su un tappeto, in un ambiente caldo e familiare, avviavo Final Fantasy 8, con occhi pieni di meraviglia, in attesa delle cut-scene più cinematografiche che pensavo potessero mai esistere. Poi il ritorno alla prima stanza, i letti scompaiono, rimane tutta mia. Arriva una TV HD Ready, insieme a tutte le mie frasi attaccate al muro, ritagli di riviste o semplicemente concetti che volevo tatuarmi nella mente. I miei libri prendono il posto del mangianastri, e statuette misteriose riportate da ogni viaggio fanno la loro prima comparsa. Non sono mai stato un fan delle action figure serie. Su quella TV, in quella camera, ho giocato di tutto, ma l’asset che si risveglia senza un particolare motivo sono una Xbox 360 Elite nero lavico e Eternal Sonata che mi accompagna in un inverno adolescenziale, mentre la neve scendeva fuori dalla finestra, incessante.

Giocare nel proprio posto è un giocare diverso



Questa è la mia storia, che può essere vicina alla storia di chiunque. Per tutti le cose cambiano; le case e le nostre stanze pure. Mano a mano che cresciamo il cambiare il luogo dove videogiochiamo diventa sempre più frequente, e chissà se il futuro dello streaming everywhere, del mobile gaming, di Switch, Rog Ally e compagnia bella spanciati sul divano, ci porterà ad avere sempre meno affezione per le nostre postazioni, studiate o improvvisate che siano. Io posso solo dire che ho iniziato a rendermi conto che quando gioco “nel mio posto”, la sensazione di comfort zone che si crea mi permette di esperire in maniera più intensa tutto quello che sto “gustando”. Sentendomi “a casa” riesco a riflettere meglio e immedesimarmi di più, lasciando che quell’arte arrivi dritta dritta al cuore, senza contaminazioni o distrazioni di sorta, che un ambiente non “protetto” potrebbe prevedere. E mi rendo sempre più conto, mentre l’associazione avviene, che alcuni elementi che partecipano al mio contesto di gioco diventano strumenti per facilitare la fissazione del ricordo. Mentre traslocavo quest’anno verso la mia nuova casa mi rendevo conto in diretta che stavo salutando, fra tutto, anche la mia postazione di gaming in sala, che mi aveva accompagnato negli ultimi cinque anni. E in un lampo ho cristallizzato che per me quella casa sarà per sempre legata a The Witcher 3 e ai piccoli Funko Pop (Cortana e Poet Anderson) che guardavano le console, appoggiate in maniera studiata, lì sul mobiletto. Oggetti che ho portato con me, nella mia nuova casa, e che non sono riuscito a “pensionare” anche se hanno trovato un nuovo posto più marginale. Perché so bene che quelli non sono solo oggetti, sono “cue”, indizi che aiuteranno la mia memoria a recuperare meglio quei ricordi che altrimenti finirebbero sepolti chissà dove (come gli studi psicologici di Tulving & Thomson ci hanno spiegato). E io non voglio. Voglio che tutte queste parti di me tornino a galla in qualche modo. Perché siamo la somma di tutto ciò che siamo stati. E anche i videogiochi, i luoghi in cui li abbiamo esperiti e gli oggetti che ci hanno accompagnato nel viaggio, ci hanno aiutato a impilare tutti i mattoncini di cui siamo composti.



E quindi… chi lo sa cosa proveremo al prossimo cambiamento, al prossimo trasloco. Chi lo sa cosa mi porterò dietro di questa nuova stanza, di questa nuova casa, la prossima volta che dovrò dirle addio. So solo che ho imparato a capire che i posti che abitiamo ci contaminano e finiscono in luoghi molto profondi di noi, e non sapremo mai che istantanea stiamo scattando di loro fino a che non li dovremo abbandonare. Esserne consapevoli forse ci può aiutare ad averne ancora più cura, e guardare con ancora più amore ciò che ci circonda stabilmente: camerette striminzite in cui ritagliarci un angolo quando siamo più piccoli, stanze finalmente indipendenti, sale malpensate, troppo grandi e anonime, o il gaming set dei nostri sogni. Poco importa. Niente sarà davvero perfetto. Ma tutto sarà al posto giusto per diventare parte della nostra storia, e di quella domanda…
Quando ci lasceremo alle spalle la prossima stanza, cosa ricorderemo, per sempre, di essa?

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