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Ci sono film che ti sorprendono. Non perché ti aspettavi poco da loro, ma perché arrivano nel momento giusto, con la storia giusta, e ti lasciano qualcosa addosso che fai fatica a definire subito. Lost in Starlight, il primo film d’animazione coreano targato Netflix diretto da Han Ji-won, è esattamente uno di questi.
È un film che parla d’amore, di lavoro, di aspirazioni e di desideri. Ma soprattutto parla di quella cosa difficilissima da raccontare senza scivolare nella retorica: la scelta. La scelta tra restare e andare, tra amare qualcuno e amare sé stessi abbastanza da inseguire il proprio sogno anche quando fa male.

Jay e Nan-young si amano. Si amano in quel modo autentico, quieto, fatto di gesti piccoli e pensieri che non richiedono spiegazioni. C’è una frase che Jay le pensa — non le dice, le pensa — e che riassume tutto:
“Averti conosciuta è stata la fortuna più grande della mia vita.”
Una frase che potrebbe sembrare banale, e in un certo senso lo è. Ma è proprio questa la sua forza. L’amore vero non ha bisogno di grandi dichiarazioni cinematografiche. Vive nei momenti semplici, in quei pensieri che arrivano senza preavviso mentre sei accanto alla persona che ami.
Il problema è che Nan-young non resterà accanto a lui. La sua destinazione è Marte. E quella distanza — infinitamente più grande di qualunque distanza abbiate mai immaginato — diventa il cuore pulsante di tutta la storia.
Quello che mi ha colpito di più, e su cui ho continuato a riflettere anche dopo i titoli di coda, è il tema dell’egoismo. Nan-young non decide di restare sulla Terra per amore. E Jay, invece di trattenerla, la spinge a essere “egoista” — le virgolette sono volute, e chi vede il film capirà perché.
È un gesto d’amore raro, quello di dire a qualcuno: vai, anche se fa male, anche se significa perderti. Perché Marte, per Nan-young, non è solo una missione lavorativa. È uno strato profondo del suo trauma personale, qualcosa che deve affrontare prima di tutto per sé stessa. E il film ha l’intelligenza e la delicatezza di mostrarlo senza mai urlarlo.
Il monologo verso la fine è uno di quei momenti in cui lo schermo sembra restringersi e tutto il resto sparisce. Non cerca l’effetto facile, non gonfia la musica per dirti come devi sentirti. Colpisce perché è vero. Perché suona come qualcosa che potresti aver detto o pensato anche tu.
Sul piano visivo, Lost in Starlight non cerca di copiare i giganti del genere. Non vuole essere uno Studio Ghibli né un Pixar. Costruisce una sua identità, riconoscibile, in cui si sente chiaramente il tocco coreano: una ricerca del realismo visivo che convive con la capacità di farti sognare, di farti sentire che quello che stai guardando è bellissimo proprio perché potrebbe essere reale.

La cura nei dettagli — le luci, i movimenti, le espressioni dei personaggi — è di un livello che raramente si vede in una produzione d’animazione al di fuori dei nomi più blasonati. È, a tutti gli effetti, una meraviglia visiva.
La memoria definisce chi siamo. La distanza ci separa. E a volte nemmeno la compagnia — in questo caso virtuale — basta a toglierci di dosso la solitudine.
Eppure è proprio qui, in questo spazio tra due persone che si amano e non possono stare insieme, che emerge qualcosa di profondamente umano. Anche nello spazio, anche a milioni di chilometri di distanza, continuiamo a cercare una connessione. Non solo stelle.
Lost in Starlight è un film che vale la pena vedere. Meglio ancora: è un film che vale la pena sentire.








