
Negli ultimi anni Konami è riuscita a riportare in auge alcune delle sue IP più importanti, riscoprendo anche il valore di quei franchise che per diverso tempo erano rimasti lontani dai riflettori. È il caso di Metal Gear Solid, con i capitoli principali raccolti in due differenti collection e, soprattutto, con il recente ritorno di Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots, rimasto per anni legato all’ecosistema PlayStation 3. Una scelta che ha sicuramente fatto piacere a tutti i fan della saga.
Non da meno, Konami è riuscita a riportare in vita anche il brand horror-psicologico Silent Hill. Prima con il remake, ben riuscito, del secondo capitolo sviluppato da Bloober Team (qui potete leggere la nostra recensione), poi con l’inedito Silent Hill f e con il particolare Silent Hill: The Short Message, esperienza gratuita pubblicata su PlayStation 5.
Il ritorno di Silent Hill prosegue con un nuovo capitolo inedito, questa volta affidato a un altro team quale Screen Burn dal titolo Silent Hill: Townfall.
Con quest’ultimo lavoro, saranno riusciti a portare in alto il nome della serie? Scopriamolo assieme!
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Silent Hill: Townfall ci porta indietro nel tempo, precisamente nel 1996, un’epoca in cui la tecnologia non era ancora così presente e pervasiva come lo è oggi. Per noi millennials, questo rappresenta un vero e proprio ritorno al passato, ricco di elementi nostalgici che vi racconterò nel corso di questa recensione.
Il protagonista di questo nuovo capitolo è Simon Ordell, che riceve una misteriosa chiamata da uno sconosciuto con l’incarico di raggiungere la località di St. Amelia per “risolvere alcuni casi”. Non racconterò altro della trama, perché è giusto che la scopriate voi stessi. La storia è infatti piena di misteri e interrogativi che ti spingono a proseguire, alimentando la curiosità e la voglia di scoprire sempre di più.
Per chi se lo stesse chiedendo, Silent Hill: Townfall è un capitolo completamente nuovo e può essere affrontato anche da chi non ha mai giocato ai precedenti episodi della serie. Non è quindi necessario conoscere a fondo la storia e gli avvenimenti dei capitoli passati per immergersi in questa nuova esperienza.
I Silent Hill hanno sempre avuto la telecamera in terza persona, con il personaggio ben visibile. Con Townfall, il team ha invece voluto sperimentare la prima persona. Pad alla mano, la sensazione di trovarsi a Silent Hill si avverte quasi subito. L’atmosfera, l’inconfondibile nebbia, carattere distintivo della serie, il sentirsi completamente soli in questo nuovo luogo, la musica terrorizzante e quella costante consapevolezza di non essere mai al sicuro contribuiscono a creare un senso di inquietudine che non abbandona mai il giocatore: da un momento all’altro potrebbe spuntare un nemico o potrebbe accadere qualsiasi cosa all’interno di St. Amelia.

Pur essendo in prima persona, il gameplay non si discosta molto da quello dei precedenti capitoli della serie, anzi. Nel corso dell’avventura, Simon troverà diversi oggetti a sua disposizione. Sicuramente il più importante è il CRTV, uno strumento utilissimo per rilevare diversi segnali, come la presenza di nemici o frammenti di storia che vengono raccontati sul piccolo schermo. Il CRTV ricorda molto alcuni degli strumenti tecnologici di quei tempi, come le radio portatili o addirittura il Game Boy di Nintendo.
ll dispositivo è realizzato con un’ottima cura, con delle interferenze realizzate veramente bene. Per certi versi mi ha ricordato il “Rilevatore di movimenti” del survival horror Alien: Isolation, titolo che consiglio caldamente a tutti gli amanti degli horror e del genere in generale.
Durante il corso dell’avventura troveremo diversi oggetti, come garze, kit medici e strumenti di grande importanza che serviranno per poter proseguire. Non mancheranno nemmeno le armi da combattimento, come il classico bastone di legno e la spranga di ferro, oltre alle armi da fuoco come pistola, fucile, pistola a razzi e così via.
A livello di gameplay, il titolo presenta una componente fortemente stealth. Ogni tentativo di correre o di fuggire sarà quasi sempre punito con l’inseguimento da parte dei nemici. Il salvataggio avviene manualmente tramite i telefoni: in città è possibile utilizzare le cabine telefoniche e, digitando un determinato numero, si potrà effettuare il salvataggio. Una bella trovata, davvero interessante, che mi ha ricordato ancora una volta il titolo di Creative Assembly, Alien: Isolation.
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Per muoverci e capire dove proseguire avremo a disposizione una mappa molto dettagliata, che ci mostrerà le zone già completate attraverso delle scritte in rilievo di colore rosso, indicandoci così le nuove aree ancora da esplorare. Una volta scoperti, sulla mappa verranno inoltre indicati in rosso i telefoni, che rappresentano i punti in cui potremo effettuare i salvataggi manuali. Non voglio ovviamente spoilerare nulla, ma la mappa di St. Amelia non sarà l’unica che avremo modo di esplorare: durante l’avventura ci aspettano infatti altri luoghi e nuove mappe tutte da scoprire.
Come ho detto all’inizio della recensione, il titolo è ambientato negli anni ’90, precisamente nel 1996. Capiterà di accedere a determinate stanze in cui sono presenti dei computer e qui arriva il pezzo forte: per accedere a Internet si utilizzerà la connessione dell’epoca, con quel rumorino decisamente inconfondibile per chi, ai tempi, utilizzava questo tipo di connessione. I computer possono inoltre essere utili per ottenere indicazioni oppure per leggere email che riguardano la storia.
Il titolo ci mette un po’ a ingranare, lasciandoti il tempo di abituarti a un’atmosfera che, fin dai primi minuti, fa da assoluta protagonista. Una volta presa confidenza con i comandi e con l’ambientazione, però, andando avanti con la storia, la curiosità di scoprire cosa succederà spinge continuamente a proseguire. Forse, per chi non è particolarmente amante delle meccaniche stealth, questo potrebbe rappresentare un punto a sfavore, ma resta comunque un’esperienza che merita di essere vissuta fino in fondo.
Come per ogni Silent Hill che si rispetti, il titolo è pieno di enigmi, generalmente ben fatti e intuitivi. Purtroppo, però, non tutti sono altrettanto accessibili. Ho avuto qualche difficoltà con alcuni enigmi, poiché non c’erano indicazioni sufficienti su come procedere, né documenti che fornissero qualche suggerimento.
Uno in particolare mi ha dato filo da torcere: era pieno di simboli, ma senza una vera e propria legenda che aiutasse a capire cosa rappresentassero e come utilizzarli per risolvere l’enigma. In linea generale non ho avuto particolari problemi, ma verso la fine il gioco perde un po’ di chiarezza proprio da questo punto di vista.
L’IA dei nemici, soprattutto di quelli più grossi, sa essere davvero snervante. Ci sono alcune sezioni in cui bisogna nascondersi praticamente di continuo, poiché il nemico rimane costantemente nelle vicinanze. Anche quando lanciamo un oggetto per distrarlo, la distrazione dura appena pochi secondi e spesso non ci lascia il tempo necessario per esplorare l’area e capire dove andare.
Ho trovato alcune di queste sezioni eccessivamente basate sul trial and error, arrivando in certi momenti a risultare anche troppo frustranti. Più che mettere alla prova il giocatore, alcune situazioni finiscono per dare la sensazione di essere costretti a ripetere più volte la stessa sequenza prima di capire esattamente cosa fare.
Anche la difficoltà Normale è tutt’altro che semplice e, in alcune sezioni, risulta persino troppo punitiva, soprattutto quando si combina con un’IA dei nemici non sempre ben calibrata.
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Dal punto di vista grafico, il titolo riesce a colpire soprattutto per la cura dei dettagli. Dai cartelli alla nebbia, che in alcuni momenti sembra quasi reale, passando per tutta l’oggettistica anni ’90, come i televisori CRT, i telefoni e i computer, ogni elemento contribuisce a rendere le ambientazioni estremamente credibili e suggestive. Anche la scelta dei colori gioca un ruolo importante: il rosso acceso e le tonalità di blu creano un forte contrasto, dando vita a scenari visivamente ricchi e capaci di catturare l’attenzione.
Per quanto riguarda il comparto sonoro, ho giocato Silent Hill: Townfall indossando le PULSE 3D, e devo dire che l’esperienza è stata decisamente da brividi. Le interferenze del CRTV accompagnate dalla vibrazione del pad riescono a creare una sensazione davvero particolare, così come i rumori dei nemici, le porte che si aprono e si chiudono e, soprattutto, tutti quei piccoli suoni ambientali che contribuiscono a costruire gran parte dell’atmosfera del gioco.
Avendolo giocato su PlayStation 5, anche il DualSense viene sfruttato in maniera convincente. Le vibrazioni arrivano nei momenti giusti e diventano anche un vero e proprio strumento per percepire ciò che ci circonda: in determinate situazioni, ad esempio, il controller ci segnala la presenza di un nemico nelle vicinanze, suggerendoci di attivare il CRTV. Alcuni enigmi, inoltre, sfruttano il motion control, richiedendoci di muovere il pad in diverse direzioni per poterli risolvere.
