The Last Guardian

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The Last Guardian – Recensione

ICO e Shadow of Colossus erano due capolavori senza tempo. Erano capolavori che avevano trasceso ogni convinzione che il mezzo videoludico può e deve essere contemplato come opera d’arte; racconti che avevano definito un autentico linguaggio tra videogioco e giocatore, intriso di poesia visiva e di un’atmosfera così travolgente ed irrazionale che spesso risulta complicato descriverla. Era però un peccato che i due titoli, vittime di una gestione farraginosa, abbiano dovuto tollerare il peso delle magagne tecniche e divergenze artistiche sulle proprie spalle.

Ma la verità è che anche The Last Guardian non fa eccezione: presentato quasi un decennio fa, lungo il percorso ha saltato quella che comunemente definiamo la settima generazione delle console per videogiochi, molto per il suo sviluppo travagliato, ma alla fine la nuova incarnazione di genDESIGN è arrivata. L’indugio si è stroncato: ecco le nostre considerazioni nelle prossime righe.

The Last Guardian

Nei panni del bambino senza nome ci troviamo bloccati in alcune rovine antiche in compagnia di Trico, una chimera mangia mostri; seguiti da una provvidenziale voce narrante.

Un rapporto empatico

Un bambino senza nome e senza memoria, ricoperto da misteriosi tatuaggi, si sveglia nelle viscere di una caverna. Davanti a lui una creatura mitologica, Trico, incatenata da un enorme collare, trafitta e conficcata nei fianchi da diverse lance. Respirando con affanno e mostrando senza veli tutta la sua sofferenza, il bambino osserva indomito la creatura distesa. Si avvicina adagio, con passo quasi di danza, e respinto da vibranti ruggiti ce la fa a liberarlo. Sono necessari dei piccoli barili contenenti una sostanza luminescente, di cui Trico ne è ingordo, per domare la sua indole selvatica, conquistare la sua fiducia e proseguire insieme verso la meta.

L’avvio di The Last Guardian è uno straordinario esempio di minimalismo. È il nascersi e l’evolversi di un rapporto empatico e indicibile che cresce lentamente passo dopo passo; che getterà le basi per una grande amicizia. Un’amicizia totalmente imprevista tra un bambino e una creatura, la cui collaborazione e assistenza reciproca saranno i pezzi chiave per un obiettivo preciso: cercare la libertà. Il bambino può camminare, gridare, saltare e arrampicarsi, ma è Trico la mente; anzi, una mente spinta dall’intelligenza artificiale, grazie alla quale è possibile conferirgli degli ordini specifici per poter avanzare. Spesso, quando viene chiamato, si mostra riluttante; altrettanto spesso, si distrae rimanendo stregato da qualcosa che egli ammira intorno a lui. I suoi comportamenti sono persuasivi, ma a volte non sono reattivi quanto sperato.

the last guardian

Trico è capace di attaccare i nemici scagliando dei fulmini, questo solo grazie all’utilizzo di un particolare specchio.

Platforming

La progressione degli eventi è scandita da numerosi puzzle ed enigmi che – per dirla tutta – servono come pretesto per ricordare il legame tra i due personaggi; per vivere una storia nella quale l’amicizia e la paura sono i punti cardini, nella giusta misura con gli intramontabili ICO e Shadow of Colossus. Nel cuore di una generazione allevata sulla frenesia e pressione dei tasti, perciò, in The Last Guardian siamo invitati a meditare, a prestare quindi molta attenzione agli ordini assegnati al fedele compagno.

L’opera di Fumito Ueda è però costellata da evidenti problemi che rischiano di screditare l’esperienza di gioco, seppur questa offra elementi catartici. The Last Guardian è cosparso da molteplici problemi riguardanti una telecamera che, innegabilmente, segue a fatica l’azione: più insopportabile sarà muoversi negli angoli o spazi ristretti, tutto a sfavore di un’inquadratura che costringe a interrompere temporaneamente il proprio cammino, rendendo ancora più intricata la risoluzione degli enigmi ambientali; e, ancora, a sfavore delle indicazioni a schermo in alcun modo possibili da disattivare.

Una volta addomesticate le meccaniche di gioco, però, il proseguo dell’avventura diventa meno angusto e tormentoso, altresì, per merito delle ambientazioni e prospettive che – in conseguenza a ciò – avranno i loro esigenti spazi. Lo stesso vale per le fasi platform: dall’incedersi della seconda parte di gioco, infatti, queste acquisteranno più confidenza con il joypad finendo per innalzare quel tasso di emotività richiesto.

the last guardian

I barili contenenti delle sostanze luminescenti risulteranno essere fondamentali per amplificare il rapporto tra il bambino sconosciuto e Trico, all’insegna dell’amicizia e della sintonia

Il buono e il brutto

Pur offrendo molte irregolarità sul fronte delle texture e animazioni, un engine datato e un frame rate vacillante, The Last Guardian conserva allo stesso tempo un’estetica appagante e sublime, frutto di un’impeccabile direzione di Fumito Ueda. Si riesce a cogliere la sua magia, il suo fascino, il suo linguaggio visivo: sì, in tutte le 12-15 ore disponibili per il completamento del gioco. Una menzione speciale va a Takeshi Furukawa, il quale è riuscito a offrire una degna colonna sonora, all’insegna dell’emotività.

Le meccaniche che guidano il rapporto tra il protagonista e il suo adorabile felino replicano quanto di grande è stato possibile intravedere nei predecessori spirituali. Il sistema di controllo è – sì – legnoso e oltretutto complicato nei primi scorci di gameplay, ma il lascito di genDESIGN riesce nella sua intenzione a uscirne a testa alta; a onor del vero, grazie anche all’impratichirsi nel corso delle successive ore, promettendo in questo modo di non appiattire l’esperienza di gioco.

COMMENTO FINALE

The Last Guardian è un’avventura onirica che raccoglie l’eredità dei suoi predecessori. È una poesia ludica e visiva, segnata da un rapporto empatico tra un ragazzino senza nome e una creatura dalle fattezze di un grifone. Una poesia giustifica le incomprensibili magagne tecniche scaturite da un periodo di gestazione turbolento; una poesia tradotta in videogioco che, insomma, è in grado di tracciare un segno indelebile nella mente di ogni giocatore che si rispetti.





The Good

  • Una poesia visiva
  • Una direzione artistica emozionante
  • Un'avventura coraggiosa, indomita, empatica
  • Colonna sonora emozionante
  • Trico

The Bad

  • Il comparto tecnico è datato
  • I fotogrammi sono un po' schizzinosi
  • La telecamera si imbizzarrisce
8.5
Luigi Fulchini

Written by: Luigi Fulchini

Nella mente una persona ingenua e timida, un romantico, un vagabondo, un gentiluomo, un sognatore, un viaggiatore, un uomo solitario, sempre in cerca di nuove avventure. Nel cuore un videogiocatore e amante delle altre sette arti in generale. Si sforza a farvi credere di essere una persona diversa, ma ha accettato la realtà, ed ha imparato ad andare avanti a forza di bluff: e di questo è consapevole, talmente tanto che riesce a ridere di se stesso e anche a commiserarsi un po’.

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