Personalmente adoro le ambientazioni invernali. La montagna in inverno ha un suo fascino particolarmente magnetico che attrae con una potenza indicibile e questa finisce per travolgermi. Adoro viaggiare tra i monti d’inverno e una musica adeguatamente coinvolgente, fermarmi in un qualche posticino semi deserto e passarci un po’ di tempo. Si tratta di momenti rigenerativi per il corpo e per la mente. Ovviamente, anche nel mondo videoludico, quelle ambientazioni sono le mie preferite e per niente adoro perfino le foreste di Far Cry e Just Cause (non nomino nemmeno RDR 2). Con Suicide of Rachel Foster ho assaporato una storia americana ambientata tra i monti nel pieno inverno e con una struttura narrativa story driven pronta a inglobare grazie a una narrazione tanto terrificante quanto interessante, ma non senza qualche difetto.

The Suicide of Rachel Foster è un titolo sviluppato dalla software house italiana One-O-One Games ed è disponibile per PC, Playstation 4 e Xbox One. La storia vede la protagonista Nicole dirigersi all’interno del hotel di famiglia dopo la morte del padre. Un genitore che in passato si era macchiato di un crimine grave, che ha visto poi la morte di Rachel Foster. Arrivati nel Hotel, al giocatore diventa subito chiaro che quello sarà il luogo nel quale passeremo molto tempo e che sarà il nostro playground.

Ad aiutarci a ricercare il passato ci sarà un uomo al telefono, ma che non vedremo durante il gioco. Si tratta di una meccanica che abbiamo già visto in altri titoli, tra cui i più famosi: Gone Home e Dear Esther. La narrazione ha dalla sua parte un’ottima costruzione di eventi, capaci di dare il giusto tocco d’ansia e angoscia nei momenti giusti. Non si tratta di un gioco con dei jumpscare, ma forse proprio per questo si tratta di un thriller meglio riuscito.

Fa storcere il naso la questione dell’amore proibito, che in qualche modo è possibile vedere quasi come una cosa normale e giustificabile. Si tratta di un amore che non dovrebbe esistere e che viene condannato in toto solo da una delle parti del gioco. Probabilmente è possibile avere molteplici chiavi di lettura su di un problema più diffuso di quel che si pensi e più oscuro di che si immagini.

Come ogni gioco story driven di questo genere, ci troviamo davanti a un simil walking simulator a tutti gli effetti. La narrazione ci guida attraverso i corridoi di un hotel caduto ormai in totale disuso e in realtà non ci spinge nemmeno ad esplorarlo in libertà in quanto ogni giorno che ci passeremo, ci porterà da una parte diversa, mostrandocelo tutto che lo vogliamo o meno. La sua costruzione è comunque sorprendente ed è chiaro l’omaggio a un Shining. Non avremo dei nemici però, tranne una strana presenza che non si paleserà mai, ma sarà comunque percettibile.

Sarà facile sentire qualcosa vicino a noi ed è forse proprio questo a spaventare maggiormente durante la partita. Sapere di avere attorno qualcuno è più brutto di vederlo davanti a noi. Come ho detto, però, non ci sono momenti jumpscare, mentre è invece l’atmosfera ad agire in un modo o in un altro nei nostri confronti.

Potremo fare poche cose in un gioco della durata di circa 4 ore, ma ogni oggetto, movimento o mossa è concretizzata ai fini della narrazione. Perfino la torcia, ci permette chiaramente di vedere qualcosa che magari non c’è o magari non vuole palesarsi, aspettandoci dietro un angolo o dietro la porta di una stanza chiusa a chiave.

Al livello grafico invece The Suicide of Rachel Foster è un titolo che combatte bene in un  modo in cui il fotorealismo diventa sempre più importante. Gli ambienti brillano di dettagli, realistici per gli esseri umani che dentro l’hotel ci hanno vissuto. I colori sono stati sapientemente utilizzati per creare una sensazione di orrore e di oppressione. Tale sensazione non ci abbandonerà mai, nemmeno in quella stanza che dovrebbe essere libera da ogni problematica d’infestazione.

The Suicide of Rachel Foster è un titolo abbastanza semplice, sviluppato dalla SH italiana One-O-One Games. La narrazione si ispira in piccolissima parte a un classico del buon Stephen King e cosi anche alcune cose visive. Scoprire il passato del padre odiato e di Rachel Foster è un lavoro che ci porterà a credere in qualcosa di diverso da quello reale, ma qualcuno potrebbe annoiarsi da un gameplay piuttosto piatto e tranquillo. D’altra parte, abbiamo delle motivazioni narrative che potrebbero non piacere a tutti.

Autore

r.kovalskiy@havocpoint.it

Un non troppo giovane appassionato di tutto quel che ruota attorno alla cultura POP. Vivo con la passione nel sangue e come direbbe Hideo Kojima "Il 70% del mio corpo è fatto di film".

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