C’è una cosa che NASCAR 26 riesce a fare particolarmente bene: convincerti che ogni gara abbia una storia da raccontare. Non importa se stai lottando per una posizione nelle prime fasi della corsa o se ti ritrovi a inseguire il gruppo negli ultimi giri: quando il gruppo si compatta, le gomme iniziano a perdere efficacia e il carburante diventa un problema, anche una semplice gara su ovale può trasformarsi in una battaglia imprevedibile. È qui che il lavoro di iRacing dà il meglio di sé. Peccato che, fuori dalla pista, il secondo capitolo di questa nuova gestione della licenza NASCAR non riesca a compiere un salto altrettanto convincente.
Dopo il ritorno della serie con NASCAR 25, le aspettative erano quelle di vedere una produzione capace di consolidare le buone fondamenta del predecessore. Il nuovo episodio arriva a distanza di meno di un anno e introduce miglioramenti evidenti, soprattutto nella presentazione e nella resa delle competizioni. Non siamo però davanti a una rivoluzione: alcune delle criticità già presenti sono rimaste praticamente intatte e, proprio perché il primo capitolo aveva il merito di aver riacceso l’interesse intorno alla serie, la sensazione è che si potesse osare qualcosa di più.
La prima impressione è decisamente positiva. Le vetture e i circuiti hanno un aspetto più convincente, l’illuminazione dinamica contribuisce a rendere spettacolari soprattutto le gare notturne e l’intera messa in scena degli eventi appare più curata. Le sequenze introduttive, le schermate e la presenza di figure legate al mondo reale della NASCAR aiutano a costruire un’atmosfera più credibile. Anche l’accompagnamento durante l’apprendimento dei circuiti è un’aggiunta gradita: Jamie McMurray fornisce indicazioni sulle traiettorie, sulla gestione dell’acceleratore e sulle particolarità dei tracciati. Non è soltanto un tutorial, ma un modo per comprendere perché affrontare ogni circuito richieda un approccio differente.

Ed è proprio questa varietà a rappresentare uno dei punti di forza del gioco. La fisica delle vetture è convincente e restituisce una sensazione di peso e inerzia che non sempre troviamo nei titoli automobilistici più accessibili. Le auto reagiscono alle condizioni dell’asfalto, alla temperatura e allo stato degli pneumatici, mentre le modifiche all’assetto possono cambiare concretamente il comportamento in pista. Uscire dai box con gomme fredde e accelerare troppo bruscamente può costare caro, così come affrontare una curva senza aver trovato la traiettoria corretta.
La differenza tra i vari tracciati non è soltanto estetica. A Daytona e Talladega, per esempio, la scia diventa fondamentale per restare agganciati al gruppo, mentre su altri ovali è necessario individuare la linea più efficace per guadagnare velocità. I circuiti stradali, invece, mettono alla prova la capacità di gestire vetture ingombranti e poco inclini ai cambi di direzione improvvisi. Il risultato è un modello di guida che riesce a essere impegnativo senza diventare inaccessibile, anche utilizzando un normale controller. Un volante resta naturalmente la soluzione ideale per chi cerca un’esperienza più immersiva, ma la possibilità di regolare numerosi parametri rende la guida piacevole anche su console.
Tra le novità più interessanti c’è l’evoluzione delle condizioni della pista. Con il passare dei giri, la gomma lasciata dalle vetture modifica progressivamente l’asfalto e può influenzare l’aderenza. Insieme al consumo degli pneumatici e del carburante, questa dinamica contribuisce a rendere le gare meno prevedibili. Una strategia efficace all’inizio potrebbe non esserlo più dopo diversi giri, e una sosta ai box effettuata nel momento sbagliato può compromettere il risultato. Sono proprio queste situazioni a dare spessore alle competizioni: non si tratta semplicemente di girare più velocemente degli avversari, ma di leggere quello che succede e adattarsi.
Anche l’intelligenza artificiale merita una menzione. Quando funziona al meglio, gli avversari si comportano come piloti credibili, difendono le proprie posizioni e costringono a cercare traiettorie alternative per superarli. Non è sempre impeccabile e possono verificarsi situazioni caotiche, soprattutto nelle fasi di doppiaggio, ma nel complesso riesce a offrire gare combattute e soddisfacenti. La possibilità di regolarne la difficoltà permette inoltre di adattare la sfida alla propria esperienza.
Il cuore dell’esperienza rimane comunque la pista, e questo vale anche per il multiplayer. La presenza del cross-play è un’aggiunta importante rispetto al predecessore e permette di ampliare la platea di giocatori con cui competere. Le gare online possono regalare momenti molto divertenti, anche se la struttura delle modalità resta piuttosto essenziale. Mancano strumenti più evoluti per organizzare competizioni, campionati e classifiche, così come si sente l’assenza di alcune possibilità che sembrerebbero naturali per una serie sportiva moderna. A questo si aggiunge una gestione non sempre efficace dei comportamenti scorretti: gli incidenti intenzionali e le manovre scorrette possono rovinare una gara, mentre il sistema di penalità non sempre riesce a distinguere correttamente chi provoca un contatto da chi lo subisce.
Le maggiori perplessità arrivano però dalla modalità Carriera. L’idea di iniziare dal basso, attraversando le diverse categorie fino ad arrivare alla NASCAR Cup Series, ha certamente il suo fascino. Il percorso permette di costruire gradualmente la propria reputazione, migliorare la squadra, assumere personale e ottenere sponsorizzazioni più vantaggiose. È una progressione comprensibile e funzionale, ma chi ha già giocato al capitolo precedente troverà pochissime sorprese. La struttura è sostanzialmente la stessa e, dopo un anno, la mancanza di cambiamenti più significativi pesa.
La possibilità di iniziare direttamente dalla fase Chase, dedicata alla parte conclusiva del campionato, è una delle aggiunte più apprezzabili. Permette di concentrarsi sulle gare decisive senza dover affrontare l’intera progressione della Carriera. Proprio questa modalità, però, mette in evidenza quanto sarebbe stato utile offrire maggiore libertà anche negli altri percorsi: poter scegliere una categoria di partenza più avanzata avrebbe reso l’esperienza meno vincolante e più adatta a chi non vuole ripetere un’intera scalata professionale.
Il problema è che, al di fuori della Carriera e delle gare online, il pacchetto non offre una quantità particolarmente ricca di contenuti. Le corse veloci possono intrattenere a lungo grazie alla qualità della guida, ma alla lunga si avverte la mancanza di sfide aggiuntive e di eventi capaci di mantenere vivo l’interesse. Anche il comparto online, pur divertente, avrebbe bisogno di una struttura più ambiziosa per trasformare le singole gare in un’esperienza competitiva duratura.
Sul piano tecnico, infine, occorre distinguere tra le piattaforme. Su Xbox Series X l’esperienza risulta fluida e raggiunge i 60 fotogrammi al secondo in modo stabile, mentre la versione Series S presenta alcune incertezze, con cali di fluidità su determinati circuiti e persino qualche arresto anomalo. La resa visiva è complessivamente convincente, ma non priva di piccole imperfezioni. Si tratta di aspetti da tenere in considerazione soprattutto per chi gioca sulla console meno potente.

NASCAR 26 è un seguito che dimostra quanto iRacing abbia compreso il potenziale della licenza. La guida è il suo autentico punto di forza: fisica, gestione delle gomme, comportamento degli avversari e condizioni variabili della pista contribuiscono a creare gare appassionanti, capaci di tenere alta la tensione fino all’ultimo giro. È un’esperienza accessibile anche con il controller, ma sufficientemente profonda da soddisfare chi cerca qualcosa di più di un semplice gioco arcade.
Il resto, purtroppo, non è cresciuto allo stesso ritmo. La Carriera è troppo simile a quella precedente, il multiplayer avrebbe bisogno di strumenti più completi e i contenuti aggiuntivi non sono abbastanza numerosi da giustificare un acquisto a prezzo pieno per chi possiede già NASCAR 25. Per i nuovi arrivati, invece, questo secondo capitolo rappresenta un ottimo punto d’ingresso. La sensazione finale è quella di un gioco che sa perfettamente come farci vivere una grande gara, ma che deve ancora capire come costruire intorno a essa un’esperienza davvero completa.
