Nel mondo della ristorazione si parla continuamente di filiera corta, ingredienti a chilometro zero e attenzione alla provenienza delle materie prime. Space Savory porta questi concetti a un livello decisamente poco raccomandabile: nel suo ristorante intergalattico, infatti, la distanza tra chi ordina e ciò che finisce nel piatto può essere praticamente inesistente. E non è una metafora.
Sviluppato da DelusionArt Studio, il gioco ci mette nei panni di un astronauta precipitato su un pianeta sconosciuto. La prospettiva di tornare sulla Terra sembra piuttosto remota, almeno finché un misterioso mago non suggerisce una soluzione imprenditoriale: aprire un ristorante, conquistare la clientela locale e accumulare abbastanza denaro da procurarsi il carburante necessario per ripartire. Un piano apparentemente sensato, se non fosse per il piccolo dettaglio che gli ingredienti più redditizi si ottengono proprio dagli alieni che frequentano il locale.
È da questa premessa che nasce l’identità di Space Savory. Non siamo davanti al solito simulatore nel quale bisogna preparare ordinazioni, servire tavoli e cercare di mantenere soddisfatti i clienti. Qui la gestione del ristorante comincia molto prima di accendere i fornelli, in una catena di approvvigionamento che trasforma gli abitanti del pianeta in una risorsa da catturare, allevare e sfruttare. Ogni specie extraterrestre offre materiali differenti, necessari per realizzare determinate pietanze. Bisogna quindi procurarsi gli esemplari giusti, organizzare le scorte e assicurarsi che la cucina non rimanga senza ingredienti proprio nel momento meno opportuno.
Il gioco non si limita a usare questa trovata come una battuta di cattivo gusto. La raccolta delle risorse diventa una parte essenziale del ciclo di gioco e introduce una componente gestionale che richiede un minimo di pianificazione. Non basta avere un menu appetitoso: bisogna anche capire come procurarsi ciò che serve, quanto conservarne e come sfruttare al meglio le risorse disponibili. A rendere il tutto ancora più surreale interviene una macchina per la clonazione, che permette di moltiplicare gli ingredienti e rendere più efficiente l’attività. Una soluzione che, in qualsiasi altro contesto, solleverebbe qualche interrogativo etico. Qui è semplicemente un altro strumento per migliorare i margini.
Una volta rifornita la dispensa, arriva il momento di lavorare in cucina. Ed è qui che Space Savory si allontana ulteriormente dai gestionali più tradizionali. Preparare una pietanza non significa selezionare una ricetta e attendere che il personaggio completi automaticamente il lavoro: ogni piatto richiede di partecipare a una serie di minigiochi, basati su tempismo, precisione e riflessi. Le diverse preparazioni cercano così di dare un’identità alle operazioni ai fornelli, rendendo il giocatore parte attiva del processo anziché un semplice supervisore.

L’intuizione funziona, almeno inizialmente. C’è una certa soddisfazione nel passare dalla gestione delle risorse alla preparazione concreta delle ordinazioni, soprattutto perché le attività non si risolvono tutte nello stesso modo. Il problema emerge con la ripetizione. Alcuni minigiochi perdono rapidamente freschezza e altri possono diventare sorprendentemente frustranti, richiedendo movimenti precisi e una pazienza che non sempre si ha voglia di mettere alla prova. La cucina dovrebbe essere il momento in cui il lavoro di preparazione dà i suoi frutti, ma non tutte le attività riescono a mantenere lo stesso livello di divertimento.
Per fortuna, la vita del ristoratore spaziale non si esaurisce tra dispensa e fornelli. Attorno al locale si sviluppa un piccolo ecosistema di attività secondarie che contribuisce a rendere il pianeta qualcosa di più di un semplice sfondo. Ci si può concedere qualche scommessa con mosche spaziali poco raccomandabili, segnalare alle autorità i criminali ricercati che passano dal ristorante oppure approfittare della presenza di alieni famosi per vendere le loro fotografie ai paparazzi. E, naturalmente, non mancano i pirati spaziali interessati agli incassi della nostra attività.
Sono deviazioni che spezzano la routine e soprattutto si inseriscono bene nel tono assurdo della produzione. Non tutte hanno lo stesso peso, ma contribuiscono a dare l’impressione di un universo popolato da personaggi e occasioni improbabili. Il ristorante diventa così il centro di un’attività più ampia, nella quale ogni incontro può trasformarsi in un’opportunità per guadagnare qualche credito. Il denaro, del resto, non serve soltanto a far quadrare i conti: è il mezzo attraverso il quale avvicinarsi progressivamente all’obiettivo di tornare a casa.
Anche sul piano estetico il gioco sceglie di non prendersi troppo sul serio. La grafica bidimensionale, con personaggi e ambientazioni disegnati a mano, accompagna perfettamente la natura grottesca dell’avventura. Gli alieni hanno un aspetto stravagante e riconoscibile, mentre il mondo di gioco punta su colori vivaci e un’impostazione visiva coerente con il suo umorismo nero. Non cerca il realismo e non ne ha bisogno: sarebbe piuttosto difficile rendere credibile un’attività nella quale il cliente può diventare contemporaneamente fornitore e ingrediente. Anche i dialoghi e le situazioni seguono questa direzione, mantenendo un registro ironico e deliberatamente sopra le righe.

Rimane però una questione importante: quanto riesce a sostenere questa idea nel corso dell’avventura? Space Savory mette insieme diversi sistemi interessanti, ma non tutti raggiungono la stessa profondità. La gestione delle risorse, la preparazione dei piatti e le attività secondarie funzionano quando si alternano con il giusto ritmo; con il passare delle ore, tuttavia, alcune operazioni finiscono per ripetersi e il gestionale non sempre offre una progressione abbastanza articolata da mantenere vivo l’interesse. Una maggiore possibilità di personalizzare le attività, soprattutto quelle in cucina, avrebbe potuto rendere l’esperienza più accessibile e meno soggetta alla ripetizione.
È un peccato, perché la produzione ha una personalità che emerge immediatamente e non dipende soltanto dalla sua premessa provocatoria. Space Savory prova davvero a costruire un piccolo simulatore attorno a un’idea insolita, combinando approvvigionamento, gestione, preparazione dei piatti e attività collaterali. Non tutte le componenti sono ugualmente riuscite, ma il risultato ha una propria identità e riesce a distinguersi in un genere nel quale è facile ritrovarsi a gestire l’ennesimo locale senza particolari sorprese.
Non è il gestionale più profondo né quello più rifinito, e qualche minigioco avrebbe meritato un lavoro aggiuntivo. Ma se l’idea di dirigere un ristorante nel quale la provenienza degli ingredienti è decisamente più inquietante della data di scadenza vi strappa un sorriso, il viaggio culinario di DelusionArt Studio merita attenzione. Dopotutto, il cliente ha sempre ragione. A meno che non sia finito nel menu.

