Klaus: I segreti del Natale – Recensione del miglior film di natale del 2019

Klaus: I segreti del Natale

Da piccolo amavo il natale, come tutti i bambini credo. La sola atmosfera natalizia nasconde al proprio interno tantissime soddisfazioni e felicità e svegliarsi durante le vacanze con un film d’animazione in tv, mangiare e godermi le giornate con gli amici e non, beh, ormai è solo un bel ricordo. Le strade colorate, e quella gentilezza che si respirava nell’aria, questa è forse la vera magia, ma percepibile solo da un bambino. Crescendo è facile perdere l’amore per il natale e con i problemi che aumentano, la voglia di festeggiare diminuisce. Infatti per anni ero una sorta di Grinch che preferiva non ascoltare un solo brano natalizio o vedere un film di natale, perché in fondo erano tutte le cose infantili di cui non mi fregava niente. Ora non è più cosi.

Da qualche anno lo spirito di natale ha preso il possesso di me, facendomi entrare nel giusto mood già a settembre, quando fa ancora caldo e gli alberi sono verdi. Ora però è novembre e il mio spirito di natale sta esplodendo come una bomba atomica (forse il paragone non è tra i migliori) e ovviamente ho iniziato la visione dei vecchi e nuovi film natalizi, iniziando proprio dal nuovo arrivato in casa Netflix, Klaus: I Segreti di Natale. Scritto e diretto da Sergio Pablos, questo film d’animazione con la sua semplicità è già tra i miei preferiti e sicuramente lo vedrò ancora un paio di volte prima del natale.

Klaus - I segreti del Natale

Una storia dimenticata

Parlare di Klaus per me è difficile, perché vorrei far vivere a ogni lettore le stesse emozioni che provo io, ma bisogna pur dire qualcosa in questa parte della recensione, no? La storia del film d’animazione racconta le vicende di Jesper, un giovane sfaccendato abituato all’ozio e al lusso. La scuola per i postini non aiuta a migliorarsi e il padre (il capo degli uffici postali) decide di punirlo, ma allo stesso tempo di renderlo un uomo responsabile. Con questo non voglio dire che lo priva di qualcosa per dargli un buon esempio. Il padre lo spedisce su un’isola sperduta situata nel circolo polare artico. Ovviamente tutto ciò non fa piacere al ragazzo, ma la scelta è quella di perdere ogni avere e privilegio oppure di lavorare lontano per un anno facendo in tutto 6000 consegne.

Smeerensburg è però una città tutt’altro che amichevole. I suoi cittadini sono in perenne lotta tra loro e perfino i bambini sono pestiferi come dei piccoli Gremlin spelacchiati. Ogni tentativo di approccio con qualcuno fallisce miseramente e in tutta la città solo una persona sembra avere le rotelle al posto giusto, Alva. La donna vive in una scuola in quanto è stata incaricata come insegnante, ma purtroppo con tempo ha finito per perdere ogni voglia di farlo e si è data alla vendita del pesce, ma con il sogno di andare via lontano da lì. Insomma, la vita di Jesper è diventata infernale e la prospettiva di abbandonare per sempre il lusso lo deprime ancora di più. Ciò che cambia tutto è l’incontro con Klaus, il taglialegna della città, che vive a debita distanza da tutti i pazzi.

I bambini sono il futuro

Vedere questa pellicola è come fare un tuffo nel passato fatto di innocenza e di stupore per delle piccolezze. Lo spirito di natale si percepisce in tutta la sua magnifica maestosità e accompagna anche dopo che i titoli di coda scompaiono lontano, oltre lo schermo, in un luogo a noi sconosciuto. Possiamo avere tantissime chiavi di lettura in Klaus, ma secondo me è la semplicità che bisogna raccontare bene ed è proprio la semplicità con cui alcune informazioni passano attraverso lo spettatore. Risulta infatti chiaro che a dare un vero senso di cambiamento sono i bambini della città. I pargoli hanno quella capacità magica di migliorare l’umore e di aiutare con poco. Cosi è nel film ed è cosi nella realtà perché i bambini sono speciali.

Klaus dal canto suo è un uomo sconfitto che vive isolato in un luogo remoto, ma non per questo ha perso il suo animo umano. Essere grosso, un po’ burbero e solitario non vuol dire essere una cattiva persona e lui lo insegna bene. Una piccola buona azione ne fa nascere un’altra ed è proprio cosi. Almeno questo è quello che voglio credere, ma ovviamente la realtà spesso è più oscura e malvagia di cosi. Klaus è però niente senza Jesper, che nonostante la voglia di tornare a casa, finisce per cambiare la vita di tutti, sua compresa. Il giovane è quella classica persona pigra e viziata che pretende tutto e vuole che tutti facciano qualcosa per lui, anche se non lo ammetterà mai. Il tempo cambia le persone però, tempra la mente e ammorbidisce (o indurisce) il cuore e l’anima ed interessante vedere il cambio che una sola persona può portare in città.

Buone azioni

Quello imbastito da Sergio Pablos con il suo nuovissimo Sergio Pablos Animation Studios è un film intriso di magia natalizia, meraviglia visiva e infinito amore verso le tecniche più tradizionali. Parlando proprio della tecnica utilizzata, non so se sia più o meno bella di quella vista in Song of the Sea, ma entrambi i film sono delle perle nascoste in un modo fatto di CGI. Klaus è infatti stato realizzato inizialmente la tecnica di disegno digitale, ma successivamente grazie al sapiente uso delle luci l’effetto finale è particolare e stupefacente. A tratti sembra CGI, ma a conti fatti non lo è ed è interessante vedere la passione di un progetto cosi complesso. I fondali trasmettono fin dall’arrivo sull’isola nordica lo stesso clima che ci immagina quando si pensa al natale e alla figura di Santa Claus.

La direzione artistica di Alfonso G. Aguilar trova il suo punto forte in quelle musiche che riescono ad abbinarsi al meglio proprio con l’ambiente circostante. In quei momenti è facile percepire l’intera atmosfera ed entrare all’interno del mondo freddo e nevoso che ci si presenta davanti. Poi ci sono i brani pop, che si abbinano perfettamente con i momenti precisi del film, ma che poi si dimenticano subito dopo. Per quanto concerne l’audio, il problema maggiore e forse l’unico è dettato dal doppiaggio italiano. Marco Mengoni nei panni di Jesper non è solo poco sopportabile, ma anche poco credibile e lo stesso vale per praticamente ogni altri personaggio. Eccezione viene fatta per Klaus, interpretato dall’ottimo Francesco Pannofino (ma in fondo, le parti degli omoni con la barba gli si adattano a perfezione), che regala parecchie emozioni anche con una sola e singola risata. Ovviamente in inglese ci sono doppiatori di un calibro diverso come ason Schwartzman, J. K. Simmons, Rashida Jones e Joan Cusack e il risultato finale ne risente in modo indecifrabile.

Klaus: I segreti del Natale

A dare vita al film ci pensa inoltre un’ottima sceneggiatura. Questa mette sempre in risalto l’animo dei personaggi e le loro paure e desideri e personalità. Non si tratta di marionette vuote che si muovono sullo schermo unicamente per narrarci una storia, ma piuttosto di persone con dei sogni e delle paure ed è questo a renderli maggiormente vivi. Durante i dialoghi si percepisce sempre un’aria fanciullesca e spensierata, ma al contempo la drammaticità è sempre in agguato e colpisce come un pugno nel momento più opportuno lo spettatore. Le due facce sono poste sulla stessa medaglia, che ruota in continuazione, senza stancare mai. Ogni minimo dettaglio è coadiuvato da una regia capace di mettere in risalto l’ambiente circostante e i personaggi che vivono all’interno della città. Non ci sono delle inquadrature molto ricercate, ma piuttosto la camera si muove con semplicità e naturalezza con uno scopo. Questo vale più della ricercatezza quando funziona a dovere, come in questo caso. I primi piani servono per cercare di convogliare le giuste emozioni allo spettatore, ma ammetto che anche fermando l’immagine, si rimane meravigliati davanti a quei volti pieni di espressioni e di vita.

Klaus: I Segreti di Natale è quindi un vero film d’animazione natalizio di quest’anno e dovrebbe essere visto da tutti, anche da chi il natale non lo ama affatto. Si tratta di una piccola perla che resterà nel cuore di tutti per moltissimo tempo.

Klaus: I segreti del Natale

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Ed ecco il design di Playstation 5. Non so ancora cosa dire.

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