Gundam Hathaway

Da amante del franchise Gundam ho voluto rivivere Mobile Suit Gundam Hathaway, disponibile su Netflix. E guardandolo di nuovo, con occhi diversi, è impossibile non rendersi conto di quanto questa storia sia vicina a noi. Alla nostra società. Al nostro mondo. I robottoni — i leggendari Mobile Suit che da quasi cinquant’anni popolano l’universo creato da Yoshiyuki Tomino — sono sempre stati un pretesto. Un pretesto per raccontare qualcosa di profondo, di scomodo, di spaventoso. La guerra. Una guerra che cambia volto ad ogni generazione, ma che non nasconde mai il suo ghigno malefico di morte.

Hathaway Noa porta dentro di sé le cicatrici di un padre che ha spinto la guerra verso un punto di svolta — Bright Noa, comandante storico della Federazione Terrestre, figura ingombrante nell’intera saga Universal Century. Eppure Hathaway non ha scelto di farne parte. È stato piuttosto testimone di errori irreparabili ai danni dell’umanità, incapace di dimenticare ciò che ha visto e vissuto durante gli eventi di Char’s Counterattack.

Gundam Hathaway

È da qui che nasce Mafty, il movimento terrorista che guida. Non dal mero fanatismo, ma dalla volontà di combattere un’ingiustizia sistemica e l’arroganza del potere, anche attraverso la violenza. Hathaway non è un villain fatto e finito: è il risultato di un mondo che ha fallito e che continua ostinatamente a non volerlo comprendere. È una delle caratterizzazioni più mature e ambigue che Gundam abbia mai prodotto.

Quello che colpisce di più, rivedendo il film diretto da Shukou Murase con la regia dell’animazione curata dallo studio Sunrise, è la prospettiva deliberatamente terrena con cui viene raccontata la guerra. Il civile non vede il Mobile Suit come uno strumento benevolo o eroico: lo vede come una macchina di morte, enorme e indifferente, davanti alla quale si sente minuscolo e inerme. Le persone comuni subiscono un conflitto che non hanno scelto, senza possedere alcuno strumento per reagire.

La scena del combattimento sotto l’hotel è la sintesi perfetta di questa visione: drammatica, straziante, crudele. Mai edulcorata. Il popolo non è protagonista della guerra — fugge, urla, cerca riparo alzando gli occhi verso il cielo non con entusiasmo, ma con terrore. Non esiste eroismo popolare. Solo l’inerme presenza di chi non può fare nulla. E il film ti costringe a restare lì, a guardare, senza scappatoie.

Gundam Hathaway

Come spesso accade nell’universo Universal Century, la guerra non viene raccontata come scontro tra il bene e il male, ma come collisione tra ideologie che si convincono entrambe di avere ragione. È il messaggio che Tomino ha seminato sin dal 1979 con la serie originale, e che Hathaway raccoglie e rilancia con una maturità visiva e narrativa straordinaria. I robottoni, alla fine, sono solo la superficie. Sotto c’è tutto il resto: il potere, l’impotenza, la violenza sistemica, la difficoltà impossibile di fare la cosa giusta in un mondo che ha smesso di capire cosa significhi.

Autore

r.kovalskiy@havocpoint.it

Un non troppo giovane appassionato di tutto quel che ruota attorno alla cultura POP. Vivo con la passione nel sangue e come direbbe Hideo Kojima "Il 70% del mio corpo è fatto di film".

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