
Il mondo dei samurai era spietato, rigido e governato da regole ferree. Alcune, ancora oggi, le trovo valide nella vita di tutti i giorni. Altre, invece, appartengono chiaramente a un’altra epoca. Avrò letto Hagakure una ventina di volte, trovandoci sempre nuovi spunti di riflessione, e forse è anche per questo che, leggendo Shigurui a trentasei anni, ne ho assaporato un gusto completamente diverso rispetto a quando ero adolescente.
Perché non è una storia semplice. O meglio, non lo è se non si comprende il contesto che muove le azioni dei suoi personaggi. Siamo nel Giappone feudale, in un’epoca in cui l’onore e la fedeltà verso il proprio daimyo rappresentavano il valore più alto per un samurai.
Eppure Shigurui demolisce proprio quell’immagine quasi romantica del bushidō, mostrandoci come quelle stesse regole possano trasformarsi in una gabbia. Una gabbia capace di divorare lentamente l’individuo e di chiedergli il sacrificio più grande: la propria umanità.
Un altro punto cardine è la gerarchia sociale e quel destino che, per alcuni, sembra scritto ancora prima della nascita. In questo mondo una figlia diventa poco più di un premio, il mezzo per garantire la discendenza del guerriero più forte. Le persone smettono di essere individui e diventano semplicemente strumenti.

Anche la violenza è lontanissima da quella a cui ci hanno abituato molti manga moderni. Non è elegante né coreografica. È grezza, sporca, dolorosa. Ogni colpo lascia il segno e ogni duello sembra consumare prima l’anima che il corpo. Eppure è curioso come, nonostante tutta questa brutalità, sia facilissimo lasciarsi trascinare dalla spettacolarità dei combattimenti: i movimenti sembrano uscire dalla carta, e la tensione resta costante pagina dopo pagina.
Il tratto di Takayuki Yamaguchi richiama immediatamente i grandi manga degli anni Novanta e dei primi Duemila. I corpi sono massicci, potenti, quasi scultorei, mentre le figure femminili vengono rappresentate con un forte erotismo, senza però perdere la loro presenza scenica.
Letto oggi, Shigurui sembra quasi dialogare con l’Hagakure, mostrandone il lato più oscuro. Se Tsunetomo ci racconta l’ideale del samurai, Yamaguchi ci mostra il prezzo che quell’ideale può pretendere quando viene portato all’estremo. Ed è forse proprio qui che l’opera si colloca agli antipodi di Vagabond: non nella Via della Spada come percorso di crescita, come in Inoue, ma nella Via della Spada come prigione, come ossessione che finisce per divorare chi la percorre.
