Sarebbe infatti semplice parlare dell’ultimo titolo dello sviluppatore francese Don’t Nod, se volessimo farne una disamina prettamente oggettiva. Come sarebbe semplice parlare di tutti gli ultimi titoli prodotti dallo studio (il primo Life is Strange a parte), incastrati, chi più chi meno, in quella difficile zona produttiva che vede grandi idee narrative, e talento cristallino nell’arte della scrittura, scontrarsi con dinamiche ludiche che molto spesso castrano l’esperienza di gioco. Sarebbe quindi semplice dire che Aphelion è un gioco che, nella sua neanche troppo eccessiva durata, non riesce a mostrarsi sufficientemente vario e solido da considerarsi come un gioco “compiuto”, qualcosa che valga quelle otto o dieci ore che un giocatore qualunque dovrebbe decidere di dedicargli.


Eppure… eppure, come sempre (e sottolineo sempre) accade con i titoli Don’t Nod, nel giocarli si rimane incastrati in qualche tipo di magia, che probabilmente non è studiata per colpire il giocatore qualunque: una sorta di trappola intessuta per fregare i cuori sensibili in cerca di parole soffici, di tempi rallentati, stimoli non eccessivi e tanta, tanta, delicata introspezione. Una magia che rende complesso parlare di queste opere tanto che alla fine, dopo un po’ di mal di testa, ci si rende conto che, beh, al diavolo l’eccessiva oggettivizzazione: spazio alla propria pancia, perché è evidentemente quella a cui gli sviluppatori vogliono mirare, sin dal 2008. Target diretto verso i giocatori che erano rimasti affascinati dal futurismo distopicamente incerto di Remember Me, al fantasy un po’ mozzo di Banishers e dalla splendida, quanto legnosa, Londra ottocentesca di Vampyr. Chi si approccia a un titolo Don’t Nod che prova a infilarsi in un videogioco di un certo genere (in questo caso un simil survival – sci-fi completamente narrativo) sa che probabilmente verrà deluso da un sacco di elementi che solitamente in questi generi vengono dati per scontati, ma sarà comunque stranamente ammaliato da altri elementi che non si aspettava di trovare, e che rimarranno per larga parte intraducibili. E il viaggio dei due astronauti, Ariane e Thomas, su Persephone va esattamente in questa direzione.

Aphelion



La direzione di una coppia, di fatto, non più legata da un legame drammaticamente indissolubile (come in Banishers); una di quelle in crisi, che, sull’orlo della separazione, si trova a essere fisicamente separata, e a riflettere su questa separazione, su un pianeta quasi completamente ghiacciato, meraviglioso parallelismo della distanza emotiva che si era creata fra i due. Il punto di partenza è quindi opposto rispetto a Banishers, ma ciò in cui verrà trasportato il giocatore sarà sempre quel tipo di racconto, molto incentrato sui sentimenti dei protagonisti, che faranno da tessuto portante di questo viaggio in cui la sopravvivenza di ognuno permetterà di risolvere il mistero che si cela sul pianeta Persephone. In questo viaggio, ci sarà permesso di lasciarci andare a una esplorazione completamente guidata, in cui assorbiremo vibes fantascientifiche che provengono dalle fonti di ispirazione soprattutto cinematografiche, come Interstellar, The Martian, Ad Astra e il mai troppo lodato Arrival. Insieme a queste, troviamo intuizioni narrative sufficientemente originali, come le origini del pianeta Persephone e la sua reazione alla “minaccia umana”; il fatto che il pianeta sia visto quasi come un’entità senziente contemporaneizza il racconto e lo rende incredibilmente più interessante, accedendo a vibrazioni letterarie care alla fantascienza di opere come “Solaris”.




Ecco, questo è quello che vi inoculerà dentro Aphelion, quasi senza che ve ne rendiate conto: mentre fondamentalmente salterete in maniera super semplice da una roccia all’altra (recuperando alcune dinamiche di Jusant), vi muoverete in maniera fin troppo semplicisticamente stealth, e proseguirete in ambienti ricchi di fascino, ma col pilota automatico. Il gameplay di Aphelion è davvero tutto qui. Né più né meno. Ma quello che vi trasmetterà è davvero tanto di più, se avrete il coraggio di accettare che l’esperienza non è altro che un pretesto per farvi respirare quelle vibes di cui sopra, che in pochissimi altri titoli ho riscontrato, essendo quello fantascientifico ormai un genere che piange miseria da anni, nei videogiochi come nel cinema. Probabilmente rimarrete delusi da un finale non troppo a fuoco, un viaggio che soprattutto nelle ultime ore sembra eccessivamente dilatato, e in generale da una ripetizione un po’ troppo svogliata delle stesse dinamiche di gameplay. Se si deve fare una critica specifica, sincera e costruttiva a Don’t Nod, è semplicemente quella di sperare che lo sviluppatore si renda conto che nel 2026 è veramente difficile pensare di lanciare sul mercato un titolo che non abbia sufficiente dirompenza narrativa da sopperire alla mancanza di un gameplay strutturato come si deve. Sarebbe davvero bastato poco per rendere più adrenalinica la sopravvivenza sul pianeta, lasciando in regalo al giocatore quel minimo di cardiopalma necessario a farti proseguire nell’avventura con più attenzione e piacere.

Ma l’inoculazione, per noi cuori sensibili, che siamo entrati in qualche strano modo in risonanza con i prodotti di questo sviluppatore (che nel panorama videoludico riesce ancora a lasciare un’impronta autorale forte nonostante gli anni trascorsi e i generi sperimentati, e non è poca cosa) fa il suo effetto e rimane forte: se deciderete di dare una chance ad Aphelion vi troverete a passare dieci ore su un pianeta affascinante, con una OST assolutamente perfetta per il genere, e piccoli grandi momenti ricchi dell’emotività tipica di un Life is Strange nello spazio, in cui, più di tutto, conta riuscire a capire che bisogna tenersi strette le persone che amiamo, perché il tempo è fugace, il tempo potrebbe portarcele via, e che il futuro sul nostro pianeta è quanto mai incerto. E che, nonostante questa incertezza, c’è sempre la possibilità di lasciare un ultimo messaggio e far sorgere un ultimo fiore, anche nella più fredda e disperata delle situazioni; perché alla fine… “non è solo tutta una questione di speranza?”

Autore

a.tonoli@havocpoint.it

Grande appassionato di Videogiochi fin dalla più tenera età (si narra sia stato partorito in ritardo in quanto non avendo salvato, non poteva uscire) si diverte a scrivere per questo o quell'altro sito pur di dare un suo piccolo contributo alla diffusione del Videogioco come mezzo, non solo ludico, ma anche artistico ed emotivo. Da buon Boxaro preferisce i boxer agli slip.

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