Carmine di Giandomenico

Parlando di disegnatori italiani famosi in tutto il mondo è impossibile non pensare a Carmine Di Giandomenico, che negli anni ha dimostrato il suo talento. Da Daredevil e Spider-Man è finito a lavorare su Flash durante il periodo Rinascita, regalandoci un corridore davvero interessante. Ho scambiato quattro chiacchiere con Carmine e abbiamo parlando di un po’ di cose interessanti.

Rostislav: Il tuo lavoro ti ha portato a disegnare le storie di Flash per DC Comics. Come personaggio, cosa ti piace e cosa cambieresti nell’uomo più veloce del mondo?

Carmine: Del suo aspetto non vorrei cambiare niente perché è una vera icona e non è necessario cambiare. Forse io ho fatto un operazione al contrario cercando di riportare la plasticità e il costume somigliante con quello delle sue origini. Ho cercato di eliminare la sua armatura perché secondo me Flash ha bisogno del linguaggio del corpo per muoversi, non ha bisogno di altro.

Mi ha lasciato tanto perché è stata una bella sfida in quanto era un quindicinnale per 34 numeri. Mi ha dato dato perché è capitato in un periodo particolare della mia vita e quindi correre dietro a Flash era come correre dietro a me stesso per cercare di mettere insieme tutti i tasselli come fa lui. La fatica era comunque tanta perché un quindicinnale è molto difficile da gestire, ma bisogna dire che l’ho trovato un compagno di viaggio eccezionale.

R: Nel 2016 hai disegnato la storia Ancora un Lungo Addio, sceneggiato da Paola Barbato. Era difficile gestire una storia cosi importante per il mondo di Dylan Dog?

C: È stato molto emozionante e mi tremavano molto le mani perché si andava a toccare un tassello molto importante su una delle storie più importanti di Dylan Dog. Originariamente era illustrata da un Ambrosini eccezionale, insuperabile. Questa storia ha un senso in bianco e nero, ma Paola ha presentato la sceneggiatura a Mauro Marcheselli che era lo sceneggiatore di Un Lungo Addio. E lo stesso Marcheselli era rimasto colpito dalla delicatezza e la forza con cui Paola ha progettato questo remake. Io stesso ho cercato di evitare un qualsiasi tipo di riferimento ad Ambrosini, disegnando con il mio stile. La cosa bella è che mi era stata data molta libertà sull’interpretazione e anche sullo stile cromatico. Anche se non si nota spesso perché il lettore si fa trasportare dalla storia, il colore stesso incarna una sensazione che trasporta a un foglio di carta scansionato durante i flashback.

R: Il tuo contributo per la serie Orfani: Sam non è poco. Quanto è stato impegnativo il lavoro su un fumetto bonelliano cosi diverso dai soliti canoni?

C: Orfani è un punto di rottura che Roberto Recchioni ed Emiliano Mammuccari hanno portato in Bonelli con una serializzazione stile serie tv con tanti rimandi alle icone del fumetto giapponese e quello americano. Quindi per quanto riguarda le varie difficoltà, devo dire che non le ho incontrate. Quando Roberto mi ha dato l’opportunità di lavorare su Sam, sono stato molto onorato perché andavo a toccare un universo già delineato da Emiliano e da Gigi Cavenago. Mi sono divertito a realizzare delle determinate cose, come ad esempio l’armatura di Sam. Era divertente perché c’era il braccio asimmetrico da studiare aggiungendo armi. La stessa motocicletta a forma di pistola è stata elaborata in maniera che possa essere funzionale. Ogni oggetto è stato poi sfruttato all’interno della trama. E ho potuto illustrare le cover lavorando a braccetto con Michele Monteleone. Quest’esperienza mi ha permesso di conoscere tante persone fantastiche. Poi devo dire che in Bonelli mi sento un po’ come a casa mia ed è bello lavorare per l’Italia e non solo per l’estero.

R: Il lavoro oltreoceano è leggermente diverso da quello svolto in Italia. Secondo te, quali sono le differenze tra i due e cosa andrebbe cambiato nella gestione italiana dei fumetti periodici?

C: Non ci sono differenze ormai perché un po’ per la globalizzazione con l’internet e un po’ perché lavorando in Bonelli, anche se in maniera tradizionale si seguono gli stessi schemi. La cosa che cambia è una programmazione che è completamente diversa. In America c’è un accelerazione sulle produzioni in quanto sono albi da 20 e non da 96 ed è la vera unica differenza. Non cambierei nulla perché comunque la struttura e il modo di fare fumetti è identico in sostanza. E alla fine secondo me vince sempre il fumetto e l’appassionato che segue questo linguaggio; perché ricordiamo sempre che è un vero e proprio linguaggio. Non ci cambierei nulla quindi.

R: Sei l’autore più veloce del mondo (ride e cerca di negarlo). Come sei arrivato a fare 56 tavole in 43 ore e che sostanza hai dovuto prendere (scherzosamente n.d.r.)?

C: Nessuna droga. Penso che quando hai un obbiettivo e hai il desiderio di portarlo a termine, lo fai. Era una prova e a me non interessava questa cosa del Guinnes, ma era un messaggio per tutti sul: se ci credi, ce la puoi fare. E siccome quando mi intestardisco come un ariete su una cosa, cerco di portarla avanti, anche se ci vogliono degli anni. Quindi volevo portare a termine questa prova e ho trovato un modo per farlo perché ero già incastrato con le varie consegne per gli Stati Uniti.

R: Su quali altri eroi di DC e Marvel vorresti lavorare in futuro e perché proprio Superman?

C: Mi piacerebbe molto Superman ovviamente. Per Marvel sono ancora legato al personaggio di Daredevil (ha realizzato la miniserie Battlin’ Jack Murdock insieme a Zebb Wells n.d.r.) perché è quello più vicino alle tematiche urbane all’italiana. Su Superman invece lascio tutto al destino, che non voglio forzare. Magari il momento arriverà quando sarò già andato in pensione.

Autore

r.kovalskiy@havocpoint.it

Un non troppo giovane appassionato di tutto quel che ruota attorno alla cultura POP. Vivo con la passione nel sangue e come direbbe Hideo Kojima "Il 70% del mio corpo è fatto di film".

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