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Dylan Dog 384: La macchina che non voleva morire – Recensione

Posted on 17 Settembre 201817 Settembre 2018

Ogni volta che compriamo un oggetto, finiamo di affezionarci a questo con l’andare avanti. Alla fine, questo diventa quasi una parte di noi e abbandonarlo fa quasi male per via dei tanti ricordi che porta con se. Parlando dell’auto invece, tutto ciò si moltiplica per mille e il colpo diventa simile a quello di Tyson nel suo periodo d’oro quando era come un carro armato pronto a sfondare la testa del nemico. Vengono a galla le scampagnate domenicali con gli amici, i giorni passati sulla spiaggia lontana dopo una sega da scuola, le serate passate con le ragazze a scoprirle e scoprirsi e ovviamente i viaggi. Ci accorgiamo che ogni millimetro di questa è intriso di ricordi e di emozioni. Pensiamo solo all’episodio dedicato all’auto di Marshalll in How i Met Your Mother (per rimanere in tema dei fumetto-serie tv-film). Proprio questo è l’argomento del nuovo numero dedicato all’indagatore dell’incubo: Dylan Dog 384: La macchina che non voleva morire.

I ricordi

Come sapete, le auto d’epoca al giorno d’oggi non sono solo meno sicure, ma anche più inquinanti e il povero Dylan ha avuto una brutta notizia. Deve sbarazzarsi del suo maggiolone al più presto se non vuole rincorrere nei problemi legali. La sua auto è infatti nociva per l’ambiente e le leggi son leggi. Ovviamente l’indagatore non è felice, ma al contrario. È quasi disperato perché quella quattroruote bianca era la sua compagna fidata durante le avventure e immaginate tutti i sentimenti moltiplicati per mille, visto l’amore per il passato del protagonista. Ed è cosi che decide di prendersi una macchina nuova, dando via per pochi centesimi la vecchia. Una scelta che si rivelerà fatale per moltissime persone e che metterà Dylan al centro delle ricerche della polizia.

Il passato

Dietro la sceneggiatura del numero La macchina che non voleva morire troviamo un Gigi Simeone che per l’appunto cerca di descrivere il momento di abbandono di un aggetto cosi caro e speciale come un auto. Si tratta di una storia che trae le sue origini forse da film come Christine – La macchina infernale, Terrore su 4 ruote e dal più recente Grindhouse – A prova di morte. In fondo, di auto assassine ne è pieno il cinema e la televisione (addirittura in Supercar troviamo un auto killer). I dialoghi reggono il gioco e la storia mette in mostra un vecchio nemico senza snaturare la narrazione. Ottimi i momenti con la polizia, che stavolta sembra avere un ruolo diverso dal solito nella storia.

La parte grafica invece è firmata da Sergio Gerasi, che mette in mostra la parte action con l’auto protagonista. Anche in quei frangenti l’ispirazione è chiaramente derivante dai classici del genere citato poco prima. Il chiaroscuro ha una grande rilevanza nei momenti salienti, che riescono quasi a mettere della tensione nel lettore. Le espressioni facciali invece peccano, risultando talvolta piuttosto “plasticose”.

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