A Working Man

In genere, guardare un film con Jason Statham è una garanzia di intrattenimento semplice ma efficace. Non ci si aspetta certo una sceneggiatura da Oscar, ma si entra in sala o si preme play su Prime Video con la certezza di passare un’ora e mezza piacevole, fatta di scazzottate ben coreografate, inseguimenti frenetici e battute taglienti. Eppure, con A Working Man, quella certezza crolla come un castello di carte sotto un ventilatore industriale.

Il film parte già con un’idea talmente debole da sembrare generata da un’intelligenza artificiale in crisi esistenziale. Ma poi, scena dopo scena, diventa chiaro che la vera IA dietro la sceneggiatura dev’essere stato il mio gatto, probabilmente in preda a un trip psichedelico, magari aiutato da Uwe Boll in un raro momento di creatività incontrollata. Il risultato è un pasticcio narrativo che mette in fila cliché, svolte senza senso e buchi di trama che nemmeno la più generosa sospensione dell’incredulità riesce a colmare.

A Working Man

I dialoghi, poi, meritano un discorso a parte. Non rasentano il ridicolo. Lo superano. Lo abbracciano. Lo accarezzano dolcemente mentre lo trascinano nel baratro. Frasi fatte, battute imbarazzanti, silenzi improvvisi e monologhi che sembrano scritti con una mano mentre l’altra cercava di risolvere un puzzle di parole crociate. Il mio consiglio? Spegnete l’audio durante le conversazioni. Vi farete un favore. I vostri neuroni vi ringrazieranno e forse eviterete quel senso di smarrimento che accompagna ogni battuta “drammatica” o “profonda”.

Detto questo, qualcosa di salvabile c’è. L’azione, pur non essendo al livello dei migliori film di Statham (The Transporter, Safe, Crank o The Mechanic), si lascia comunque guardare. Le coreografie nei combattimenti sono ben costruite, anche se brevi e meno esplosive del solito. Il divertimento c’è, ma solo se accettate fin da subito che dovrete spegnere il cervello. Letteralmente. Non cercate logica, motivazioni o sviluppo dei personaggi. Qui si picchia, si corre, si spara, e il resto è fumo negli occhi.

La regia, ahimè, non aiuta a risollevare il tutto. In alcuni momenti sembra di assistere a una produzione decente, con un uso accettabile della macchina da presa e una fotografia che non offende l’occhio. Ma poi, all’improvviso, tutto cambia. Montaggi confusionari, inquadrature fuori fuoco, scene che sembrano uscite da un film amatoriale girato con uno smartphone di fascia bassa. In certi istanti, si ha davvero la sensazione di guardare un film di serie Z, recitato da attori senza direzione e diretto da un ragazzino che ha visto due film in croce e ha deciso di provarci senza alcuna preparazione.

In conclusione, A Working Man è un film che non riesce a reggersi nemmeno sulle possenti spalle di Jason Statham. Non è il suo peggior film in assoluto, ma ci va molto vicino. Se siete fan sfegatati dell’attore britannico, potreste comunque dargli una chance per pura curiosità, ma con la consapevolezza che vi troverete davanti a un’esperienza a tratti frustrante, a tratti esilarante (ma non nel modo giusto). Se invece cercate un action serio, solido e con un minimo di senso logico, meglio guardare altrove.

Autore

r.kovalskiy@havocpoint.it

Un non troppo giovane appassionato di tutto quel che ruota attorno alla cultura POP. Vivo con la passione nel sangue e come direbbe Hideo Kojima "Il 70% del mio corpo è fatto di film".

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