La storia dell’umanità è piena di eventi e vicende che ricordiamo a fatica e, a volte, dimentichiamo del tutto. Fatti che per qualcuno non sono rilevanti, per mille ragioni diverse — troppo lontani, troppo scomodi, troppo difficili da inserire in una narrazione che ci riguardi davvero. Eppure sono proprio queste storie dimenticate a dirci qualcosa di essenziale su chi siamo e su cosa siamo stati capaci di fare, nel bene e nel male.
Yekatit 12 di Andrea Sestante è proprio una di queste storie. Il fumetto, edito da Tunué, racconta la resistenza dei partigiani etiopi contro l’occupazione fascista italiana e devo dire che mi ha lasciato per un po’ in silenzio, a riflettere. Non è una sensazione che capita spesso con un fumetto — o forse sì, ma raramente con questa intensità.
Il titolo stesso merita una riflessione prima ancora di aprire le pagine. Yekatit 12 è una data del calendario etiope, che corrisponde al 19 febbraio 1937: il giorno in cui, dopo un attentato al viceré Rodolfo Graziani, le truppe fasciste e le milizie coloniali scatenarono una rappresaglia feroce sulla popolazione civile di Addis Abeba. Tre giorni di massacri, incendi, esecuzioni sommarie. Una strage che l’Italia ha impiegato decenni a nominare con la parola giusta, e che molti ancora oggi ignorano del tutto.
Le vicende che portano a quella strage sono descritte con cura e con una grande ricerca storica, frutto del lavoro fatto da Sestante prima della realizzazione dell’opera. Si sente, in ogni tavola, il peso di una documentazione seria — non quella che si sovrappone alla narrazione e la appesantisce, ma quella che la sorregge in silenzio, che dà solidità ai luoghi, ai volti, alle scelte dei personaggi. C’è una parte iniziale che funziona come cornice narrativa, un punto di partenza in cui tutto prende forma: il contesto coloniale, le tensioni, le vite di chi si trovò a vivere sotto un’occupazione che non aveva chiesto.
Poi la storia si apre e, in alcuni passaggi, diventa inevitabilmente romanzata. Ma in fondo lo è ogni grande racconto storico. Ed è proprio questa scelta a permettere ciò che la sola cronaca non riesce a fare: avvicinarsi davvero a quelle persone, sentire il peso delle loro decisioni, capire cosa significasse resistere sapendo a cosa si andava incontro. La romanzatura non è una concessione alla spettacolarizzazione — è uno strumento di empatia.

Il fumetto porta con sé un messaggio forte, capace di scuotere profondamente. Non tutte le ribellioni vanno come dovrebbero, e non sempre un gesto di resistenza porta al risultato sperato. A volte si è costretti a convivere con conseguenze terribili, violente, che però nascono da una scintilla semplice: il desiderio di libertà e di una vita dignitosa nella propria terra. È un tema che attraversa secoli e continenti, eppure in queste pagine non si perde nell’universale — rimane concreto, incarnato in volti precisi, in scelte precise, in morti precise.
E a volte, il valore di quelle scelte viene riconosciuto solo molti anni dopo la scomparsa di chi le ha compiute. Ma questo non ne riduce il senso. Anzi, forse lo amplifica — perché ci ricorda che certe azioni non cercavano il riconoscimento, ma qualcosa di più difficile da ottenere e più difficile ancora da togliere.
Andrea Sestante costruisce un fumetto che resta addosso e costringe a pensare. Il suo tratto riesce a dare il giusto peso ai personaggi e agli eventi, senza mai eccedere nel dettaglio dove non serve. C’è una misura nel segno che rispecchia una misura nel racconto: nessuna scena esiste per stupire, ogni tavola esiste per significare. E proprio nella parte finale, quella sua capacità di rendere realistico anche ciò che non lo è fino in fondo amplifica la crudezza della storia — trasformando la finzione in una lente che mette a fuoco la realtà meglio di qualsiasi documento.
Yekatit 12 va letto per non dimenticare, ma anche per conoscere. E forse, soprattutto, per ricordarci che il silenzio intorno a certe storie non è mai neutro.
