Josée, la tigre e i pesci

Ho recuperato su Prime Video Josée, la tigre e i pesci, un film capace di rapirmi per un’ora e mezza senza fare rumore. Non conoscevo l’opera originale di Seiko Tanabe, né avevo grandi aspettative. Forse proprio per questo mi ha colpito così forte: perché non cercavo un colpo di scena o un messaggio urlato, ma ho trovato una storia che sa parlare sottovoce, con la grazia tipica dei racconti giapponesi che esplorano l’intimità, i rapporti umani e il dolore senza mai forzare l’emozione.

Tratto dal racconto breve pubblicato nel 1984, Josee, the Tiger and the Fish è stato adattato più volte — prima in un film live-action del 2003 e poi nella splendida versione animata del 2020 diretta da Kotaro Tamura per lo studio Bones. Quest’ultima è quella che ho visto: un piccolo gioiello d’animazione che riesce a trasmettere introspezione, leggerezza e malinconia in perfetto equilibrio.

Josée, la tigre e i pesci

Sì, è una storia d’amore. Ma non come la stai immaginando.
Non è una rom-com confezionata, non è una commedia romantica da algoritmo Netflix, né tantomeno un prodotto da palinsesto televisivo. È una storia che scava quanto basta, senza mai risultare pesante o artificiosa.

Tutto inizia da un incontro casuale: Tsuneo, uno studente universitario appassionato di biologia marina, salva una ragazza in sedia a rotelle, Josée, da una discesa pericolosa. Da lì, si intrecciano due solitudini che imparano, lentamente, a scegliersi e a conoscersi. Il film mostra come la vicinanza possa nascere anche dal conflitto, e come la libertà non sia un punto d’arrivo, ma un atto di fiducia verso sé stessi e verso chi si ama.

Josée, la tigre e i pesci parla di un amore imperfetto, di sogni messi in pausa e del coraggio di inseguirli anche quando il futuro fa paura. È una storia malinconica ma piena di vita, in cui crescere significa anche lasciarsi andare. Dentro ci sono l’accettazione e il rifiuto di sé, la difficoltà di mostrarsi davvero, la paura di essere visti per quello che si è.

Ciò che colpisce non è solo cosa viene raccontato, ma come. Ogni emozione arriva nei gesti, negli sguardi, nei silenzi. L’animazione amplifica, ma non esagera; colora, ma non sovrasta. Il design visivo è caldo, vibrante, e accompagna la storia con una luce che evoca speranza anche nei momenti più amari.

È un film che non ti chiede di piangere. Ti chiede solo di sentire.
E forse è questo il suo segreto: ricordarti che non serve gridare per emozionare. Basta restare, in silenzio, accanto ai personaggi — e scoprire che, un po’, parlano anche di noi

Autore

r.kovalskiy@havocpoint.it

Un non troppo giovane appassionato di tutto quel che ruota attorno alla cultura POP. Vivo con la passione nel sangue e come direbbe Hideo Kojima "Il 70% del mio corpo è fatto di film".

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