Io sono tra quelli che ha trovato Toy Story 4 un film coraggioso. Era un capitolo capace di dire una cosa difficile a noi millennial cresciuti con questa saga: bisogna saper lasciare andare, permettere alle nuove generazioni di prendere il nostro posto. Un messaggio scomodo, eppure necessario.
Toy Story 5 rincara la dose. E aggiunge un nuovo mostro nell’armadio — qualcosa che sta divorando lentamente tutte le generazioni: la tecnologia. Quella tecnologia che, attraverso algoritmi e schermi, è entrata nelle nostre vite con una forza quasi impossibile da fermare.
Questo è chiaramente un film che si rivolge ancora una volta agli adulti, molti dei quali nel frattempo sono diventati genitori. Ma riesce a parlare anche ai bambini, alla nuova generazione. Ed è proprio questa doppia lettura uno dei suoi punti di forza.
Toy Story 5 imbocca molti argomenti interessanti. Temi che spesso non vengono approfonditi fino in fondo, ma che fanno qualcosa di preciso: creano ponti di riflessione. Lanciano idee davanti allo spettatore e poi lasciano a lui il compito di ragionarci sopra. In un’epoca in cui tutto viene masticato e pre-digerito, questa scelta ha un suo valore.

Il tema più forte, quello che attraversa ogni età, è la paura di essere dimenticati.
Un giocattolo non soffre semplicemente perché è un pezzo di plastica. Soffre perché dentro di sé nasce una domanda molto più profonda: “Se nessuno mi sveglierà più, quale valore avrò?”
È una domanda universale. Ci capita quando termina una fase della vita, quando un’amicizia finisce, quando perdiamo un ruolo che ci definiva. La paura, in fondo, non è solo quella di perdere qualcuno. È il timore di diventare inutili, di sentirsi sostituibili, di essere un ingranaggio dentro qualcosa di molto più grande.
Jessie è il personaggio che porta questo tema con più intensità. Non soffre in modo passivo: reagisce con il petto gonfio, con il rifiuto totale, con quella rabbia verso il moderno che appartiene a chi sente di essere stato superato. Avete presente il classico “Ai miei tempi…”? Ecco, parlo proprio di quello.
Rivedere Woody è sempre un piacere, ma c’è qualcosa che questa volta sembra non quadrare del tutto. Con la sua pelata, la sua pancia e una vita ormai lontana da quella che conoscevamo, sembra quasi un giocattolo appartenente a un’altra epoca. Una sensazione che mi ha accompagnato per tutta la visione — un altro modo del film per mostrarci il tempo che passa, il passaggio di testimone, la ciclicità delle generazioni.

Eppure, quando arriva il momento di aiutare i propri amici, Woody è ancora lì. Anche se significa affrontare qualcosa di pericoloso. Perché forse è proprio questo il punto: non dobbiamo per forza restare uguali per sempre. A volte il nostro ruolo cambia, il mondo cambia, e anche noi cambiamo con lui.
È fin troppo comodo incolpare i social o gli smartphone. Avere un capro espiatorio sempre pronto è rassicurante, perché ci solleva da ogni responsabilità. Eppure parliamo di strumenti creati da esseri umani: algoritmi progettati per catturare l’attenzione, ma che finiscono per replicare le stesse dinamiche della vita di tutti i giorni.
Lo schermo offre una protezione fittizia. Diventa uno scudo dietro cui è più facile offendere, e così i ragazzi più giovani e fragili finiscono per soffrire, arrivando a nascondere le proprie passioni pur di non sembrare “sfigati” agli occhi del branco.
Toy Story 5 mette a nudo queste meccaniche e le mostra allo spettatore senza filtri. Ma compie anche una scelta coraggiosa: ci dice che una via d’uscita esiste. Vivere immersi nella tecnologia senza impazzire e senza uccidere la creatività è possibile. La chiave? Circondarsi di persone che condividono le nostre stesse passioni. Anime che ci elevano, che ci capiscono.
La tecnologia non è il demonio. E il passato non era un idillio perfetto. La verità è che serve un grande, faticoso equilibrio.
Sul piano tecnico, il film si difende bene senza strafare. La regia è piacevole, funzionale, capace di sostenere il racconto senza mai intralciarlo — ma non è il tipo di regia che fa urlare lo spettatore. Nessun colpo visivo particolarmente memorabile nella messa in scena, nessun rischio formale. Una buona regia che non toglie niente, e in certi casi è già abbastanza.
La CGI, invece, è uno spettacolo. Gli ambienti in particolare raggiungono un livello di realismo impressionante, eppure mantengono sempre quella sensazione di finto controllato — quel giusto mix tra il fotorealistico e il costruito che è, paradossalmente, il marchio estetico di Pixar al suo meglio. Un piacere visivo costante.
Il doppiaggio italiano è di buona fattura complessiva. Le nuove voci svolgono il lavoro con professionalità. Ma è impossibile non sentire l’assenza di quelle storiche — e su tutte, quella di Fabrizio Frizzi, che per molti di noi è e resterà la voce di Woody. Alcune sostituzioni si fanno sentire, e fanno male.

Questo non credo sia l’ultimo capitolo. Anzi, potrebbe essere un nuovo vero inizio. Un capitolo dedicato a chi sta crescendo dentro un mondo dominato dalla tecnologia e cerca ancora il proprio posto — esattamente come lo cercavano i giocattoli di Buzz uscendo dal container, senza uno scopo apparente, finché non hanno capito che il senso non preesiste: si costruisce attraverso la relazione.
Toy Story 5 non è un film perfetto. Ma è un film onesto. E in questo momento, forse, è già moltissimo.
