Myst non ha mai avuto fretta di spiegarsi.
Arivi su un’isola deserta. Non c’è nessuno ad accoglierti, nessun tutorial, nessuna freccia che indica dove andare. C’è solo il suono del vento, il cigolio di qualcosa di meccanico in lontananza, e la sensazione precisa di essere entrato in un posto che esisteva già prima di te e che continuerà ad esistere dopo. Sei un intruso in un mondo che non ha richiesto la tua presenza. E da lì, tutto inizia.
Questa è la premessa di Myst. Ed è rimasta intatta attraverso trent’anni, diversi remake, e ora una nuova release su PS5 con supporto PSVR2.
Il 1993 era un momento di transizione strana per i videogiochi. Doom stava per ridefinire cosa potesse essere un’esperienza tridimensionale. Il CD-ROM apriva possibilità narrative inedite. In mezzo a tutto questo, Cyan Worlds uscì con qualcosa che sembrava quasi anacronistico già all’epoca: un’avventura lenta, silenziosa, fatta di immagini statiche navigabili e di una storia che non ti veniva raccontata, ma lasciata lì ad aspettare che tu la trovassi.

Eppure funzionò. Più di sei milioni di copie vendute, un impatto culturale che travalicò i confini del medium. Myst non era semplicemente un gioco di successo — era la dimostrazione che il videogioco poteva fare qualcosa che il cinema e la letteratura non potevano: metterti dentro un mistero, fisicamente, senza che nessuno ti guidasse per mano.
La struttura narrativa di Myst è di una semplicità formale che nasconde una complessità profonda.
Trovi un libro. Il libro è un portale. L’isola a cui approdi è il palcoscenico di una storia familiare — un padre, una madre, due figli — che ha già avuto luogo. Tu arrivi dopo. Arrivi nel silenzio che segue qualcosa che non hai visto e che devi ricostruire pezzo per pezzo, attraverso diari, meccanismi, ambienti. Ogni Età — Channelwood, Mechanical, Stoneship, Selenitic — è un capitolo scritto in un linguaggio diverso, che richiede una diversa forma di attenzione.
Non c’è pressione. Non ci sono timer, nemici, risorse da gestire. C’è solo la domanda silenziosa che aleggia su ogni stanza, ogni congegno, ogni pagina trovata: cosa è successo qui?
È una domanda archeologica. Myst ti trasforma in un interprete di rovine.

Il remake del 2021, ora approdato su PS5, porta quella struttura in un ambiente tridimensionale completamente esplorabile. La transizione dai pannelli statici — che davano l’illusione del movimento attraverso migliaia di fotogrammi animati — a uno spazio liberamente percorribile è tecnicamente inevitabile, ma porta con sé un rischio sottile: il rischio che la libertà di movimento distragga dall’atto contemplativo che era al centro dell’esperienza originale.
Cyan ha gestito bene questa tensione. Il mondo ha una qualità visiva che regge il confronto con produzioni contemporanee, e la libertà di muoversi non degenera mai in velocità. L’isola non incoraggia la corsa. Ti aspetta.
Il supporto PSVR2 aggiunge una dimensione ulteriore che vale la pena nominare, anche solo per l’idea che porta con sé.
C’è qualcosa di paradossalmente appropriato nell’indossare un visore per entrare in Myst. L’isolamento sensoriale del VR — il taglio dal mondo fisico, la presenza corporea in uno spazio che non esiste — rispecchia esattamente la condizione del protagonista, catapultato su un’isola senza mappa e senza via d’uscita immediata. L’immersione tecnologica e quella narrativa si sovrappongono.
Il limite pratico è noto: Myst è un gioco che richiede carta e penna, appunti, confronti tra simboli trovati in stanze diverse. Tenere un taccuino mentre si indossa un visore è scomodo. Ma è un limite della forma, non del contenuto.
C’è una scelta che Myst ti chiede di fare, verso la fine, che pochi giochi dell’epoca osavano proporre in quei termini. Non si tratta di scegliere tra due fazioni o due finali alternativi nel senso convenzionale. Si tratta di decidere di chi fidarsi — o di non fidarsi di nessuno. La storia non ti dice chi ha ragione. Ti dà gli elementi e ti lascia soli con la tua lettura.
In un’epoca in cui il dibattito sul game design ruota spesso attorno a trasparenza, leggibilità, accessibilità — tutti valori legittimi — Myst rimane un promemoria che l’opacità, usata bene, è anch’essa una forma di rispetto. Non sapere è una condizione produttiva. L’incertezza genera attenzione.
Myst su PS5 non reinventa nulla. Non aveva bisogno di farlo.
Porta su hardware moderno un’opera che aveva già capito, trent’anni fa, una cosa che molti giochi contemporanei ancora faticano ad accettare: che il giocatore non ha bisogno di essere intrattenuto ogni secondo. Che il silenzio può essere un game mechanic. Che la storia più coinvolgente non è quella raccontata — è quella trovata.
L’isola è ancora lì. Ti aspetta ancora.

