The Day I Became a Bird

C’è una strana, ostinata tendenza nel mercato videoludico contemporaneo: quella di considerare la complessità a tutti i costi come l’unico metro di valore. Ci si perde tra open world ipertrofici, calcoli di statistiche e narrazioni programmaticamente drammatiche, finendo per dimenticare che, a volte, l’atto di giocare può e deve essere semplicemente un rifugio. Un luogo protetto in cui ritrovare una purezza espressiva che credevamo perduta. È in questa nicchia di pura decompressione che si colloca The Day I Became a Bird, il nuovo titolo sviluppato da Hyper Luminal Games e pubblicato da Numskull Games. Un’opera squisita che, prendendo ispirazione dall’omonimo libro illustrato per bambini e dal relativo cortometraggio, decide di trasformare lo schermo in una pagina bianca da sfogliare con delicatezza.

La premessa narrativa è di una tenerezza disarmante, capace di strappare un sorriso a chiunque ricordi i primi, goffi sussulti del cuore. Il piccolo Frank, un bambino delle elementari, si innamora per la prima volta di una compagna di scuola. La bambina, tuttavia, vive in un mondo tutto suo, totalmente assorbita da un’unica, viscerale passione: gli uccelli. Li osserva, li disegna, ne imita persino il verso. Per Frank l’unico modo di esistere nel campo visivo di lei diventa quindi un paradosso splendido e infantile: cucirsi addosso un costume da volatile per essere finalmente notato. Una metafora delicatissima sulla follia innocente dell’infanzia e sul prezzo che, a volte, decidiamo di pagare per amore prima ancora di capire cosa l’amore sia davvero.

The Day I Became a Bird

Visivamente, l’opera è un incanto assoluto. Lo stile grafico evoca immediatamente la matita di Charles Schulz e la poetica dei Peanuts, ma arricchita da un tratto a matita vibrante e squisitamente imperfetto. Molti elementi degli scenari non sono volutamente riempiti di colore, lasciando che le linee di contorno dialoghino con l’illuminazione dinamica in un contrasto di rara bellezza. I dettagli fanno il resto: le guance dei bambini tratteggiate da piccoli ghirigori, le animazioni dei passi incerti di Frank appesantito dal suo costume cartaceo, la totale assenza di dialoghi parlati che cede il passo a una narrazione puramente visiva, intima, simile a quella di un albo illustrato che prende vita.

Sul fronte dell’interazione, The Day I Became a Bird sceglie la via del minimalismo più assoluto. Non ci sono sfide, non c’è Game Over. L’esperienza si snoda attraverso piccoli puzzle da dieci pezzi, semplici quick time events pensati per essere accessibili a chiunque, e l’esplorazione di piccole aree in cui raccogliere piume o interagire con l’ambiente. I momenti più riusciti sono proprio quelli legati ai piccoli gesti collaterali: calciare un mucchio di foglie secche nel parco, fare un salto sui numeri della campana disegnata sull’asfalto, o cercare di sfilare un libro da una pila senza far crollare tutto il resto. Sono frammenti di pura memoria d’infanzia, sfide microscopiche che affrontavamo da bambini per misurare il nostro posto nel mondo.

Il titolo, tuttavia, non è esente da alcune spigolosità strutturali. Nella seconda metà della sua brevissima durata (l’intera esperienza si consuma in poco più di un’ora), il ritmo subisce una strana frenata. Una sezione in cui viene richiesto di raccogliere dodici oggetti sparsi all’interno di un parco costringe Frank a continui e ripetitivi viaggi d’andata e ritorno, una scelta di design che appesantisce inutilmente la fluidità del racconto. Si segnala inoltre qualche incertezza nell’interfaccia durante i minigiochi creativi — come il ritaglio della carta con le forbici —, dove le guide visive risultano poco intuitive, e un’animazione dei contatti fisici che a volte fa fluttuare gli oggetti tra le mani del protagonista anziché restituire una presa reale.

The Day I Became a Bird

Considerando anche il prezzo di lancio di venti dollari, l’opera si configura come un acquisto mirato, una scommessa che troverà la sua perfetta collocazione soprattutto all’interno di un contesto familiare, giocato magari da un genitore insieme al proprio figlio, leggendo e scoprendo i dettagli insieme. Al di là dei suoi piccoli inciampi tecnici e della sua natura effimera, The Day I Became a Bird assolve perfettamente al suo compito più nobile: fermare per un istante la frenesia del quotidiano, ricordandoci con un calore raro e prezioso la meraviglia di quando eravamo piccoli e il mondo intero stava dentro una scatola di matite colorate.

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info@havocpoint.it

Nato già con il pad in una zampa e un fumetto nell'altra. Si dice che sia stato allevato da Kojima in persona, ma altre voci parlano di Nolan Bushnell. Come Lobo, odia i bravi ragazzi e tutto ciò che è decente, ma adora le belle donne (come Lobo). Polemico e acido, ma anche gentile e morbidoso. È qui per dire la sua... su tutto e tutti.

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